Anche gli elettrodomestici soffrono la carestia di chip

microchips
(Foto: Anton NovoderezhkinTASS via Getty Images)

Frigoriferi, lavatrici e forni a microonde rischiano di essere coinvolti nella crisi globale dei semiconduttori, che compongono le parti elettroniche degli apparecchi domestici. Whirlpool ha ricevuto in Cina il 10% in meno dei chip ordinati a marzo, secondo quanto afferma all’agenzia Reuters un rappresentante locale della multinazionale americana, nel corso dell’Expo dedicata agli elettrodomestici a Shanghai. L’azienda ha faticato per assicurarsi i microcontroller, semplici processori che alimentano oltre metà dei suoi prodotti, ma la carenza di semiconduttori è stata denunciata anche da altre compagnie come le cinesi Robam e Sichuan Changhong Electric.

Il timore è che la carestia di chip, con gli stretti margini di guadagno, i lunghi cicli di vita degli elettrodomestici bianchi e il mercato immobiliare fermo, faccia lievitare i prezzi degli apparecchi. La crisi di tali componenti è diventata chiara nei mesi scorsi, i costruttori d’auto hanno visto allungarsi i tempi di consegna dei chip, da 12 a oltre 22 settimane, riporta Bloomberg.

General Motors, Ford, Nissan e Stellantis hanno rallentato o sospeso la produzione, mentre Volkswagen e Porsche hanno additato una disorganizzazione e una cattiva programmazione di filiera, causate da un’elevata domanda di apparecchi elettronici domestici (come le console per videogiochi), che nel lockdown globale hanno causato un aumento di domanda di chip del 5,4% .

Apple, che spende 58 miliardi di dollari all’anno in semiconduttori, ha rimandato di due mesi il lancio del proprio iPhone 12, e a quanto pare Samsung dovrà fare lo stesso per il prossimo Galaxy Note, nonostante la compagnia sudcoreana venda 56 miliardi di dollari in chip “fatti in casa”, ricorda il Guardian (17% della produzione globale). La situazione è esacerbata dai bandi dell’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump che ha inserito nella entity list la cinese Smic (6% globale), compagnia cinese che tenta di spezzare il cerchio producendo semiconduttori meno raffinati (28 nanometri) per l’industria automobilistica.

L’epicentro a Taiwan

Il settore è condizionato inoltre da un enorme collo di bottiglia: il 63% dei semiconduttori di tutto il mondo si produce a Taiwan, secondo un’analisi di TrendForce. Ben il 54% è in mano alla sola Tsmc, il cui 25% del business è collegato a Apple. Inoltre, Tsmc lavora come “fonderia” per aziende americane che si limitano a progettare i chip, come Broadcom, Qualcomm, Nvidia, Amd o Texas Instruments. Così, se il 91% della produzione mondiale ha sede in Asia, negli Stati Uniti ci sono quattro nuove fabbriche in rampa di lancio, tre in Arizona (una di Tsmc e due di Intel, per 20 miliardi di dollari) e una in Texas (Samsung). Altri attori sulla scena sono Globalfoudries, con sede in California ma controllata da una finanziaria di Abu Dhabi e United Microelectronics (Taiwan), entrambe con il 7%.

In questo scenario, il presidente statunitense Joe Biden intende destinare 50 miliardi di dollari in finanziamenti al settore, nell’ambito del suo piano infrastrutturale da 2mila miliardi, con l’obiettivo di costruire anche un centro nazionale di ricerca in questo tipo di tecnologie. D’altro canto, anche l’Unione europea ha di recente approvato il programma Digital compass, per conseguire entro il 2030 la produzione di un quinto di tutti i semiconduttori del mondo.

The post Anche gli elettrodomestici soffrono la carestia di chip appeared first on Wired.