Puglia, le startup non temono la pandemia e continuano a innovare

(foto: Pixabay)

Il 2020 è stato un anno complicato ma gli startupper hanno resistito e hanno continuato a innovare. Come ricordava infatti la Relazione annuale al Parlamento del Ministro dello Sviluppo economico sullo stato di attuazione e l’impatto delle policy a sostegno di startup e pmi innovative, “malgrado la crisi, il numero di startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle Imprese è continuato a crescere (+ 10,4%), superando, nel novembre 2020, la soglia delle 12.000 unità”. Buoni numeri, quindi, in particolare nel periodo tra maggio e settembre 2020, anche se nuove misure sono state varate per stimolare l’ecosistema e puntellarlo, anche con risorse aggiuntive destinate ai Fondi dedicati.

Anche in Puglia, il 2020 sarà ricordato come un anno segnato dall’incremento di iscrizioni nella sezione speciale startup, con 182 nuove aziende innovative; erano 118 nel 2019, 93 nel 2018 e 39 cinque anni fa, nel 2016. Al Sud solo la Campania fa meglio, e sul fronte nazionale la regione si piazza al nono posto complessivo. Capofila delle province pugliesi Bari, con 258 startup (dato al 4 trimestre 2020, ndr). A favorire la crescita, la strutturazione e il successo delle aziende giovani e dalla forte proposta tecnologica sono, in generale, anche le condizioni circostanti, la presenza di attori che stimolano dinamiche favorevoli all’affermazione delle startup. E così anche in Puglia. Contesti accademici che favoriscono la contaminazione di idee, acceleratori, nuovi hub per la creazione di impresa in specifici cluster, incentivi regionali dedicati: è il mix a cui possono guardare gli startupper localizzati in Puglia che progettano soluzioni in diversi ambiti, principalmente nel segmento dei servizi alle imprese. Ma non manca chi cavalca trend più globali.

Dalla provincia più innovativa, e precisamente dal comune di Noicattaro, arriva Openpost, la piattaforma che aiuta le piccole e medie imprese a potenziare il proprio business in digitale, offrendo contenuti interattivi già pronti. Come spiegano a Wired i fondatori, gli ingegneri Vincenzo Gabriele Parisi e Alberto Ardito – il terzo co-founder è Angelo Parisi, grafico esperto di Ux- “ci conosciamo da sempre e abbiamo maturato delle competenze tecniche affini; dopo aver creato uno studio di progettazione software, con le prime esperienze ci siamo resi conto che le pmi volevano essere accompagnate nei percorsi di digitalizzazione. L’idea era di realizzare un prodotto con un entry level molto basso, che permette alle aziende di superare un primo step, mettendo in conto un piccolo budget”.

L’obiettivo di Openpost, rimarca Parisi, “non è aumentare la visibilità ma abilitare lo step successivo nel marketing funnel: la conversione del contatto in cliente”. Reduci da un anno di crescita, in quanto la pandemia ha accelerato il processo di digitalizzazione delle pmi causa lockdown, l’azienda ora ha progetti all’estero: “A seguito del lancio di OpenPost – e l’approdo nel Tim Digital Store- siamo stati contattati da un investitore americano per ulteriori sviluppi nella piattaforma; l’obiettivo 2022 è di espandersi negli Usa, dove il mercato delle pmi è più ridotto ma scoperto, e in quello spagnolo. Lo sviluppo della progettazione software rimane in Puglia”. Il consolidamento e le ambizioni di Openpost sono state spinte, all’origine, anche da Pin, l’iniziativa di Regione Puglia, gestita da Arti, l’Agenzia regionale per la tecnologia e l’innovazione della Puglia, rivolta ai giovani con idee imprenditoriali e basata su finanziamenti a fondo perduto (tra 10 e 30 mila euro) e set di servizi di accompagnamento e perfezionamento di competenze. Come ricorda Parisi, “abbiamo partecipato nel 2016 al bando Pin, prendendo il contributo massimo di 30mila euro; abbiamo terminato il progetto, partito a giugno 2017, nel novembre 2018. […] È un bando ben organizzato, con tutta una serie di fasi che ci hanno permesso di rendere l’idea più concreta”.

Niente servizi alle imprese ma ambizioni tra media, intrattenimento e gaming per Karaoke One, l’app che consente agli utenti di cantare, creare videoclip e condividerli all’insegna del karaoke. A lanciare la piattaforma la pmi innovativa leccese Lisari: il team dei fondatori (Chiara Parato, Antonio Vecchio, Marco Grasso, Giovanni Parato, Domenico Rosito) ha pensato global, come è nella natura delle proposte nel segmento entertainment. Come spiega a Wired Antonio Vecchio, “quando si parla di startup, devi pensare a un prodotto internazionale e facilmente scalabile. I mercati più profittevoli per le app sono la musica e i videogiochi. Analizzando i trend, abbiamo capito che oltre alla musica c’è il canto; il karaoke è l’intrattenimento globale più diffuso al mondo. Bisogna osservare anche cosa succede, gli utenti vanno verso servizi verticali e superdedicati. Seguendo questo trend abbiamo deciso di dare uno strumento molto semplice per andare a creare contenuto. Ci siamo mossi nella creazione di una piattaforma di tipo talent, per cercare di unire mondo dei format a quello delle applicazioni”.

Nato nell’acceleratore di impresa Luiss Enlabs, il progetto è reduce da un recente aumento di capitale di oltre 1 milione di euro e nel 2021 prevede di pubblicare la nuova versione per l’ecosistema Android. Ma anche l’apporto pubblico fa la differenza: la società, infatti, ha ricevuto l’incentivo della misura regionale TecnoNidi gestita dalla società in house Puglia Sviluppo come organismo intermedio e finanziario. L’agevolazione è riservata alle pmi che operano in aree innovative e tecnologie chiave abilitanti e che hanno bisogno di spinta per investimenti o costi di funzionamento. Una spinta che si traduce in parte come finanziamenti a fondo perduto e in parte come prestiti. “Lo strumento – conferma Vecchio – ci ha permesso di accelerare gli investimenti, altrimenti saremmo andati molto più lentamente. La Regione Puglia ha creato tutta una serie di strumenti ma sono stati bravi a targetizzare le diverse tipologie di impresa: ci siamo trovati al momento giusto”. L’azienda è tornata operativamente a Lecce dopo gli anni romani, la sede legale è sempre stata in Puglia, e, conclude Vecchio, “dopo una prima accelerazione dedicata alla costruzione del prodotto e validazione mvp (minimum viable product), ora siamo nella fase successiva, anche grazie ai fondi regionali; dobbiamo completare la mission di creare soluzioni che guidino l’intrattenimento audio-video nella mobile society e prepararci a nuovo round con società più grandi”.

E se la proposta di Openpost e KaraokeOne ha trovato strada, altre visioni imprenditoriali sono allo stato di incubazione presso SprintFactory che, come annunciato di recente da Impact Hub Bari, ha ricevuto dal Mise l’etichetta di incubatore certificato, rientrando quindi fra le eccellenze nazionali tra le realtà che accelerano le imprese innovative ad alto tasso tech.

Se la certificazione Mise è arrivata di recente, in precedenza Sprint Factory è stata ritenuta idonea nell’attività di supporto alle startup nell’ambito del progetto Estrazione dei talenti promosso da Arti. La strategia di specializzazione intelligente pugliese verte su tre aree: su quali si concentrano maggiormente le startup presenti nell’incubatore? Come spiega Diego Antonacci, co-founder e ceo di Impact Hub, che coordina gli altri 23 partner di Sprint Factory “la Regione ha individuato tre aree che sono anche abbastanza capienti al proprio interno: manifattura sostenibile, salute dell’uomo e dell’ambiente, e poi comunità digitali, creative e inclusive, nella quale noi operiamo molto. Al momento non vedo una specializzazione particolare e la diversificazione aiuta a ridurre il rischio”..

La sede principale di Sprint Factory è lo spazio di co-working di Impact Hub Bari: uno degli obiettivi di SF è “ripensare il modello degli incubatori d’impresa, un’evoluzione che sposta il focus sulle persone”. Argomenta Antonacci: “Co-working per noi non vuol dire solo spazio fisico ma anche costruzione di una community. Quando abbiamo cominciato a lavorare con le startup abbiamo iniziato a concentrarci sulle capacità delle persone, con formazione, eventi. Sprint Factory è formato dall’ incubatore e dal lab, con tutte le attività che annualmente realizziamo con le aziende, facendo open innovation, con studenti di scuole e università per lo sviluppo delle soft skill. Ci sono startup che si sono formate a eventi, ragazzi che hanno conosciuto attraverso noi certe tematiche e poi si sono uniti in team che possono diventare imprese da incubare”.

Nell’incubatore non solo startup dalle ambizioni globali; “per noi – prosegue Antonacci – sono validi anche i progetti non scalabili che possono creare piccole realtà imprenditoriali che generano assunzioni. Ovvio che come incubatore puntiamo molto su quelli scalabili, che hanno ambito globale ma cominciano la validazione nel nostro territorio, per poi scalare in altri mercati”.

Sprint Factory ha anche lanciato il primo corso in Puglia dedicato all’angel investing: “Abbiamo capito che è il momento di far emergere quei soggetti – imprenditori, manager, professionisti – che hanno esperienze, contatti e soldi, che sono interessati al mondo startup ma non sanno come funziona. Con questi cicli di webinar vogliamo portare informazione sulla tematica e aggregare un gruppo informale di soggetti che stanno manifestando interesse ad investire nelle startup nei diversi territori”.

I numeri degli attori innovativi operanti sul territorio sembrano destinati a crescere anche a Taranto: nel capoluogo ha sede il porto, alle prese con più sfide in nome del rilancio e della macroambizione di diventare contesto attrattivo per gli investitori. L’ente di governo del porto, l’Autorità di sistema portuale del Mar Ionio (AdSPMI) ha deciso anche di puntare sull’innovazione e di promuovere un Future Innovation Hub che stimolerà le proposte più efficaci nell’ambito del trasporto marittimo, della logistica e della blu economy.

PortXL, l’acceleratore di startup del Porto di Rotterdam, è partner strategico dell’operazione pugliese oltre che modello di riferimento. Nel 2019, la fase pilota del progetto tarantino fu lanciata con un percorso strutturato in tre appuntamenti, che ha visto il coinvolgimento dei diversi attori (imprese dell’ecosistema portuale, startup locali e internazionali). Come racconta a Wired il segretario generale dell’AdSPMI, Fulvio Lino Di Blasio“nel 2019 c’è stato il progetto pilota: siamo andati a vedere chi sa fare questo lavoro nel mondo, li abbiamo portati nell’ecosistema tarantino che ha campioni internazionali, fatti lavorare assieme e ragionare sulle sfide del porto; l’obiettivo era vedere se l’ecosistema sapeva lavorare insieme ed esprimere un fabbisogno di innovazione da risolvere attraverso le startup. Il progetto pilota è andato bene e a quel punto abbiamo inserito nella nostra pianificazione strategica la realizzazione di un innovation hub che faccia ordinariamente un percorso di accelerazione su base semestrale in relazione ai fabbisogni del porto”.

Si guarda spesso ai modelli internazionali quando si parla di innovazione, cosa allora può imparare Taranto dagli olandesi di PortXL (presenti anche a Singapore con un programma dedicato, ndr)? “La concretezza, il progetto viene generato dagli stakeholders del porto. Le aree su cui si cercano le innovazioni sono quelle dei bisogni delle corporate che lavorano nel porto, che hanno problemi organizzativi, di inquinamento, ecc. C’è un link forte ai fabbisogni, le startup vanno a lavorare presso le aziende anche in fase di sviluppo delle soluzioni. Alla fine del percorso di accelerazione, molto spesso la startup firma il contratto con l’azienda”.

La progettazione dell’innovation hub e della sua governance è in corso e, conferma il segretario “siamo molto vicini a fare un’iniziativa su scala nazionale. Siamo in fase di definizione del modello di business, a cui seguirà la fase di fundraising, lancio delle call, e quindi un percorso di ascolto dell’ecosistema che preceda l’incubazione, e poi ovviamente il contatto con gli investitori. Non lo facciamo solo per Taranto, le startup sono poi libere di andare dove vogliono”. Sulla governance, “tutte le metodiche dello scouting, del mentoring, saranno importate. Serviranno poi competenze verticali e andremo a trovarle anche nel nostro ecosistema e poi c’è tutta la parte del finanziamento (fondi di investimento, business angel, istituti bancari, come Intesa Sanpaolo). Abbiamo già come AdSPMI una struttura che si occupa di innovazione digitale, verrà potenziata e collaborerà con il team dell’innovation hub per la gestione della struttura”.

Anche i porti devono ripensarsi per diventare sempre più forti, sostenibili, digitali, automatizzati al fine di attirare investimenti, favorire l’occupazione nei settori collegati e limitrofi; su quali ambiti il porto di Taranto agirà anche al fine di cogliere la spinta delle startup? “Sicuramente il primo elemento è la digitalizzazione, dei processi interni ma anche dei servizi all’utenza ai fini di un’esperienza completamente migliorata. Altro elemento riguarda il monitoraggio ambientale, su quello ci stiamo concentrando. Un altro elemento con cui stiamo lavorando con l’Esa è connettere i fabbisogni del porto con nuove modalità per soddisfarli, ad esempio attraverso l’utilizzo di tecnologie space based per le soluzioni logistico-portuali”.

Nella fase pilota, le iniziative della roadmap dell’Innovation Hub hanno visto anche la partecipazione degli innovatori tarantini del Balab, nella versione Balab in porto. Balab è un contamination lab nato all’interno dell’Università di Bari. Si tratta di uno spazio aperto sul territorio (presente a Bari, Taranto, Barletta, Noci), un luogo di contaminazione in cui gli studenti universitari di discipline diverse lavorano in team, sviluppano progetti imprenditoriali e competenze manageriali.
In Puglia ci sono anche Clab@Salento dell’ Università del Salento) e Digilab del Politecnico di Bari (ques’ultimo ha appena lanciato l’edizione 2020-2021), che fanno parte del CLab Network, l’incubatore che connette i diversi contamination lab accademici che consentono agli studenti, dal vivo o virtualmente, di confrontarsi per stimolare idee di impresa. E in Italia, lo startupper spesso è laureato: tra i requisiti soggettivi per le startup innovative secondo le misure del DL 179/2012, rientra infatti anche l’impiego di personale altamente qualificato, quindi dottori di ricerca, ricercatori o laureati magistrali. Gente che esce dagli atenei quindi, e anche dai Lab.

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