Il leghista Molteni all’Interno: Draghi non poteva risparmiarci l’umiliazione?

Stiamo provando a bloccare questa vergogna. Una sciagura per la sicurezza degli italiani. Mentre l’Europa, alla luce degli ultimi attentati, tenta di blindare i confini, l’Italia, che rappresenta la porta d’ingresso principale, fa esattamente il contrario. È un atteggiamento irresponsabile nei confronti degli italiani e degli europei. L’abolizione dei due decreti è un regalo agli scafisti, ai trafficanti di essere umani e a quelle cooperative che hanno lucrato e speculato sulla gestione dei migranti”. Sono le parole, pronunciate lo scorso 23 novembre in una diretta Facebook dell’Accademia federale della Lega, da Nicola Molteni. Uno dei nuovi (per modo di dire) sottosegretari del ministero dell’Interno nonché, all’epoca di Salvini ministro, dalla stessa casella istituzionale regista e coautore dei decreti sicurezza poi ridimensionati dal governo giallorosso.

Nicola Molteni

A volte, insomma, ritornano. O magari non se ne erano davvero mai andati. Sono quelli finiti a processo per aver tenuto centinaia di vite sospese in mezzo al mare, quelli dei “porti chiusi” e del sistematico smantellamento dello Sprar, rete di accoglienza diffusa dedicata ai migranti ridotta al misero Siproimi. L’esecutivo repubblicano presieduto da Mario Draghi li ha portati dentro, li ha premiati con ruoli e posizioni importanti e, fra l’altro, ha clamorosamente restituito loro l’approdo naturale: quel Viminale dal quale possono riprendere i vecchi “dossier rimasti aperti”, di cui ha parlato il segretario leghista poche ore dopo la nomina del sottogoverno. Il tutto senza la riconferma del sottosegretario Matteo Mauri del Pd, che molto si è adoperato per far fuori l’eredità del biennio tossico 2018-2019.

I sottosegretari dovrebbero servire a facilitare e alleggerire il lavoro dei ministri, oltre ovviamente a funzionare da pedina politica per questo o quel partito. Molteni, che non ha risparmiato fino a poche settimane fa attacchi al “governo clandestino”, è invece partito subito in quinta, riannodando il filo con un anno e mezzo fa: “I decreti sicurezza? Io li rivendico eccome, con orgoglio e dignità. Per l’80% sono ancora in vigore“. E recuperando immediatamente un tema estremamente divisivo, del quale ci siamo occupati molte volte: quello del taser, la pistola elettrica da fornire agli operatori di sicurezza le cui radici risalgono addirittura a un emendamento al decreto sulla sicurezza negli stadi del 2014, quando era ministro Angelino Alfano.

A servigli l’assist, lo stesso Salvini: “Non se ne ha più notizia, eppure stiamo parlando di uno strumento che servirebbe alle forze dell’ordine e al sistema Italia“. C’è infine la partita sul posto di capo della Polizia, lasciato libero da Franco Gabrielli a cui è stata assegnata la delega ai servizi segreti direttamente da Draghi.

Lamorgese terrà con ogni probabilità per sé la delega all’immigrazione, ma è improbabile che i leghisti se ne restino in panchina senza toccare palla. Si apriranno quindi altri fronti che, forse, in questa fase ci saremmo potuti risparmiare. Eppure l’emergenza sanitaria e il Recovery Fund, che certo sono le nostre priorità assolute, sembrano aver fatto saltare molti altri equilibri e valutazioni di opportunità.

E se è vero che proprio al lavoro della ministra, e a quello di Mauri, si deve la correzione dei decreti sicurezza sulla base delle indicazioni del presidente della Repubblica, sui taser il percorso potrebbe in effetti farsi un po’ più scivoloso e andare avanti, visto che è stata la stessa prefetta a firmare il decreto che le aggiunge alle armi in dotazione. I rallentamenti sembrano al momento più che altro tecnico-burocratici, legati alle prove tecniche delle aziende che hanno partecipato alla gara.

Fra i risultati del nuovo esecutivo c’è dunque una rentrée leghista di grande livello fatta di tre ministeri e 9 fra sottosegretari e viceministri. Non poteva che andare così, perché gli equilibri di un “governo di tutti” e di una maggioranza arlecchino sono quelli delle elezioni del 2018, non quelli dei sondaggi dei tre anni successivi. Tutti, Quirinale incluso, sapevano che spingere per un passaggio del genere avrebbe significato dover aprire (nonostante i danni prodotti al paese con il Conte I) anche alla Lega, che infatti non si è fatta pregare per tornare nei palazzi e riprendere a tessere sui temi su cui costruisce gran parte del consenso come se nulla fosse.

Bisognerà capire se questa difficile, forzosa unità di facciata porterà davvero frutti a Draghi e soprattutto al paese. L’impressione è che non passerà giorno senza una polemica. Bisognerebbe anche capire se non fosse almeno possibile risparmiare alla dignità di un paese che per mesi non ha discusso di altro quella beffa che sa parecchio di grottesco e molto poco di governo di standing internazionale: restituire ai leghisti una delle poltrone al Viminale.

The post Il leghista Molteni all’Interno: Draghi non poteva risparmiarci l’umiliazione? appeared first on Wired.