Il disastro ambientale sulla costa israeliana del Mediterraneo

Mille tonnellate di bitume: a tanto ammonterebbe secondo le prime stime la quantità di materiale solido – in cui si trasforma il petrolio se portato a basse temperature – depositatosi sulle coste di Israele negli ultimi giorni. Un disastro ecologico di dimensioni bibliche che ha spinto le autorità a chiudere le spiagge fin da domenica scorsa, e stanziare l’equivalente di circa 11 milioni di euro per la pulizia della costa.

Una chimera, per gli attivisti, secondo i quali saranno necessari decenni prima che il bitume venga totalmente rimosso, con danni enormi per l’ecosistema. Degli oltre 195 chilometri di costa mediterranea, sono almeno 170 quelli interessati da questo fenomeno che attualmente non ha spiegazione.

Secondo il ministero per la Protezione ambientale potrebbe trattarsi di una perdita provocata da una petroliera che operava illegalmente in mare, e quindi difficile da individuare e sanzionare. Un’ulteriore complicazione deriva dal fatto che è probabile che l’incidente sia avvenuto fuori dalle acque territoriali israeliane, a oltre 31 miglia dalla costa; ciononostante è stata avviata un’indagine che cercherà di individuare le ragioni del disastro, grazie anche all’ausilio delle immagini satellitari.

Nel frattempo nel paese non cessano le polemiche. Il governo è stato accusato di lassismo, in quanto la notizia della fuoriuscita di petrolio è emersa solo grazie al ritrovamento sulle spiagge di animali ricoperti di bitume, a distanza di ormai diverse ore dall’incidente. Un episodio che sta spingendo gli esperti a fare pressioni sul governo affinché venga assegnata a un ente governativo l’onere di controllare le coste, per contenere – e possibilmente evitare – altri episodi simili.

 

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