Il modo migliore per ricordare i morti del Covid è una strategia efficace per i vaccini

In questi giorni, a 12 mesi dall’esplosione dell’epidemia da Sars-Cov-2, dai primi casi certificati e dai primi decessi – anche se il virus era già fra noi e avevamo affrontato altre situazioni “importate”, come quella dei coniugi cinesi il 30 gennaio del 2020 – stiamo assistendo a una serie di iniziative in tutto il paese. Soprattutto nei territori più ferocemente colpiti dalla prima ondata: da Codogno a Bergamo, da Vimercate a Vo’ Euganeo, da Milano alla provincia di Bologna. E poi in tutta Italia, da Firenze a Novi Ligure: cipressi e ulivi messi a dimora, piante della speranza, della forza e del cordoglio, stele e giardini, installazioni (come all’ospedale Niguarda), meli, peri e noccioli. E ancora lapidi d’acciaio, targhe, monumenti.

Un uomo a passeggio per le strade di Codogno (Photo by Miguel MEDINA / AFP) (Photo by MIGUEL MEDINA/AFP via Getty Images)

Così, a un anno da questo tsunami di morte, cerchiamo di fare della memoria privata una dimensione collettiva e di onorare le vittime della Covid-19: oggi quelle ufficiali sono 95.718 ma è chiaro che sono molte di più perché specialmente nei primi mesi molti sono stati i decessi poco chiari, sono avvenuti magari in casa e con una serie di concause che ne hanno reso difficile la certificazione. Sono lutti maturati per giunta in condizioni massacranti, senza contatti possibili con i ricoverati, senza conforto per i familiari, spesso con un decorso fulmineo e senza addirittura un commiato possibile, almeno nelle prime fasi. Ciò che sta avvenendo è dunque un primo tentativo di elaborare quello che non è stato neanche possibile elaborare per durezza e rapidità, in gran parte dei casi affidandosi alla forza simbolica della natura che rinasce. Portando quel buco nero in gran parte generazionale nel nostro tessuto urbano. Una scelta che spetta alle comunità locali, così radicate e intessute nel carattere del nostro paese.

Il modo più dignitoso per accompagnare questi riti di dolore e memoria sarebbe stato però un altro: consegnare per tempo al paese un piano vaccinale ben strutturato ed efficace. Valorizzando quell’autentico miracolo della scienza che risiede appunto nei sieri a nostra disposizione a neanche un anno dalla dichiarazione della pandemia da parte dell’Oms. L’Unione Europea ce lo chiedeva fin dallo scorso ottobre ma – tanto per dirne una – siamo arrivati a concludere un accordo con i medici di base solo alla fine del febbraio seguente (si sta finalizzando in questi giorni). Ancora oggi i camici bianchi dicono che per partire subito serve chiarezza su forniture, tariffe, categorie prioritarie.

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(foto: Getty Images)

Mentre nel mondo si vaccina ovunque, da Disneyland alle fiere, nel nostro paese – complice una spericolata crisi di governo – si sta valutando solo ora il ricorso alle tante grandi strutture e agli ampi spazi disponibili. Il Lazio, che è una delle regioni più veloci ed efficienti, ha inaugurato solo pochi giorni fa gli spazi all’aeroporto di Fiumicino, all’Auditorium e alla città militare della Cecchignola.

Certo, il parametro essenziale è la disponibilità di fiale e dosi. La consistenza delle forniture, ci viene detto in queste settimane, è il collo di bottiglia: potremmo marciare ma non riusciamo perché le aziende produttrici non mantengono gli impegni, tagliano unilateralmente le consegne, trattano l’Unione – che ha acquistato in modo centralizzato lasciando pochi margini ai paesi membri – in un modo e il resto del mondo in un altro. Eppure il rischio è che non saremo in grado di somministrare con rapidità neanche le dosi in arrivo nei prossimi mesi: dovrebbero essere 14 milioni entro marzo e 64 milioni entro giugno.

Saranno probabilmente di meno, perché ad esempio con il vaccino Johnson & Johnson i tempi si allungheranno un po’ e AstraZeneca continua a sforbiciare da una settimana all’altra. Ancora meno si sa sui prodotti della tedesca Curevac. E anche su questo punto c’è da capire se e come, all’interno degli accordi-ombrello predisposti dalla Commissione europea, l’Italia non potesse muoversi diversamente, modulando con più lungimiranza il mix di prodotti su prodotti diversi.

Tagli a parte, le dosi in arrivo saranno comunque molte: è verosimile toccare la soglia delle 500mila vaccinazioni al giorno, a cui sembrerebbe puntare il nuovo governo Draghi, senza una piattaforma digitale centralizzata, con una penuria di infermieri da coinvolgere progressivamente nei prossimi mesi e un commissario all’emergenza ormai al centro di attacchi politici quotidiani? Pensarci prima e pensarci meglio: questa sarebbe stata la celebrazione più onorevole per i quasi 100mila morti italiani e per le centinaia di migliaia di persone che hanno visto la propria vita distrutta o profondamente ferita dopo mesi di crisi, dopo i lutti, dopo i ricoveri che hanno lasciato il segno sul corpo e sullo spirito. Lo stiamo facendo solo ora, per giunta con un Recovery Fund da presentare in extremis, e comunque a rilento. Replicando gli errori dell’autunno sulle terapie intensive e sulla medicina territoriale, sui tracciamenti e sui tamponi.

Un altro obbligo che il governo, qualunque fosse il presidente del Consiglio, doveva e dovrebbe al paese dopo 12 mesi è una strategia sensata che risolva le infinite contraddizioni che ancora punteggiano la nostra sbilenca quotidianità (i centri commerciali aperti e i teatri e i cinema no, il delirio nei luoghi di aggregazione nelle strade cittadine ma il divieto di circolare fra regioni a basso rischio impedendo magari un turismo sostenibile, le restrizioni alle libertà personali introdotte pro tempore e divenute insostituibili architravi delle strategie di contenimento).

Almeno su questo ci si arriverà nel giro di qualche giorno. Sul resto (cioè sulla macchina delle vaccinazioni), purtroppo, qualche giorno non basterà. Stiamo inaugurando memoriali e monumenti che di solito si inaugurano quando una guerra è finita: ma qui (purtroppo) non è ancora finito nulla.

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