Una sentenza nel Regno Unito riconosce gli autisti di Uber come dipendenti

A phone displays the Uber ride-hailing app in London, England. (Photo by Leon Neal/Getty Images)

Uber deve considerare i suoi autisti nel Regno Unito come dipendenti e non come liberi professionisti: lo ha deciso la Corte suprema di Londra in una sentenza di appello di ultimo grado, al termine di un iter giudiziario di cinque anni, partito dalla causa intentata da due driver. La decisione rigetta un ricorso della compagnia rispetto a una precedente sentenza, osservando che Uber stabilisce le tariffe delle corse ed esercita un controllo significativo sugli autisti che usano l’app.

Ora la palla torna al Tribunale del lavoro, che dovrà decidere l’entità delle compensazioni che spettano a circa venti ricorrenti, guidati dagli autisti Yaseen Aslam e James Farrar, che nel 2016 hanno portato per primi la questione davanti ai giudici. Al momento non è chiaro quali saranno i cambiamenti che la compagnia dovrà adottare, ma potrebbe dover garantire benefit e tutele aggiuntive agli addetti, come, per esempio, un salario minimo e retribuzione dei momenti di attesa tra una corsa e l’altra. Una svolta che potrà avere un effetto non solo sul modello di business locale della compagnia californiana, che prima della pandemia vantava una base di 3,5 milioni di utenti solo a Londra, ma anche influenzare l’intera gig economy britannica, che coinvolge in totale 5,5 milioni di persone.

Sullo stesso tema Uber ha di recente vinto (insieme alla sua rivale Lyft) una battaglia “in casa”: il 58% dei californiani ha votato per abrogare una legge di stato che imponeva l’assunzione dei conducenti. In quella occasione Uber e altri giganti come DoorDash e Instacart avevano speso oltre 200 milioni di dollari per una campagna di comunicazione, sottolinea la Cnn. Una sentenza di segno simile a quella britannica era già arrivata a marzo in Francia, quando la corte di Cassazione in ultimo grado ha riconosciuto a un autista Uber lo status di lavoratore subordinato, e non autonomo.

In Italia una sentenza del 2017 ha escluso il servizio Uber Pop (conducenti non professionisti), ammettendo solo Uber Black, servizio premium presente solo a Roma e Milano, con mille driver dotati di autorizzazione Ncc. L’altra società del gruppo, Uber eats, è stata commissariata a maggio 2020 per l’ipotesi di caporalato formulata in un’indagine chiusa a ottobre, che sarebbe stato esercitato a danno dei rider addetti alla consegna dei pasti prenotati via app.
Il settore del food delivery sta cercando di trovare una soluzione a livello sindacale per ordinare il lavoro dei rider. Di recente Just Eat ha preso l’iniziativa in questa direzione, annunciando un piano di mille assunzioni in due mesi a partire da marzo.

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