Sono passati 10 anni dalla rivoluzione di piazza Tahrir

È il 25 gennaio 2011: un gruppo di attivisti egiziani organizza su Facebook una manifestazione ispirata alle proteste tunisine iniziate pochi giorni prima: il 17 gennaio, al Cairo, un uomo si è dato fuoco per protesta e un moto di rabbia e frustrazione sembra pervadere il paese. All’appello in piazza Tahrir si presentano 25mila persone, per lo più giovani e giovanissimi della classe media, che chiedono riforme politiche e sociali sul modello della rivoluzione dei Gelsomini, e le dimissioni del presidente Hosni Mubarak, espressione di un regime che sembra venuto il momento di lasciarsi alle spalle, una volta per tutte.

Sono sufficienti tre settimane di protesta nelle piazze per cambiare la storia del paese: l’11 febbraio Mubarak, su pressioni interne e internazionali, rassegna le dimissioni. Quella che inizia non è una nuova fase per l’Egitto, ma purtroppo l’inizio di una stagione ancora più repressiva: il maresciallo Abdel Fattah al-Sisi instaura nel giro di breve tempo un regime autoritario. Il suo esercito, entrato in scena contro i Fratelli musulmani, estende la propria morsa all’intera società e non permette alcun accenno di contestazione.

Uno stravolgimento che secondo molti analisti rappresenta un fallimento di quelle che abbiamo imparato a chiamare Primavere araba. A testimoniarlo non è solo l’ossessione delle autorità egiziane attuali verso qualsiasi tipo di dissenso – la stessa che impedisce in questi giorni ogni tipo di celebrazione, per paura che la miccia del malcontento possa riaccendersi – ma la repressione che è il frutto di questa paura.

L’Egitto vive una stagione di solo apparente stabilità: sul fronte interno la crisi economica legata al virus si scontra con l’ambizione di dettare l’agenda politica della regione, anche attraverso iniziative di propaganda, come l’imminente apertura del nuovo, fastoso museo egizio alle porte del Cairo; dall’altro, in politica estera, i rapporti ambigui con le potenze europee: proprio il 25 gennaio è l’anniversario della morte di Giulio Regeni, una ferita aperta nei rapporti diplomatici tra il nostro paese e la potenza nordafricana, e ben lontana dall’essere rimarginata. Per non parlare del caso di Patrick Zaki, il ricercatore da mesi imprigionato pretestuosamente dal regime. A 10 anni di distanza, insomma, piazza Tahrir rimane il simbolo di ciò che poteva essere e non è stato: a partire dal nostro rapporto coi social media, che nel 2011 sembrava la promessa di una società più aperta, più giusta ed eguale. Sappiamo che non è andata proprio così.

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