C’è chi fa mining di bitcoin al Circolo polare artico

Bitcoin (foto Omar Marques/Sopa Images/LightRocket via Getty Images)
Bitcoin (foto Omar Marques/Sopa Images/LightRocket via Getty Images)

A Norilsk la scorsa notte il termometro ha segnato -43 gradi. La città, nel nord della Siberia, è la casa di 180mila persone, uno dei maggior insediamenti del pianeta oltre il Circolo polare artico. Le abbondanti risorse naturali della regione hanno fatto prosperare le attività minerarie della Mmc Norilsk Nickel Pjsc della città, fondata per essere un campo di lavoro nell’era sovietica (1935). Ora però, ha iniziato a ospitare un nuovo e diverso tipo di impresa estrattiva: il bitcoin mining. A queste latitudini, dove la notte polare dura 45 giorni all’anno, ci sono luci sempre accese: quelle di BitCluster, società russa che a fine 2020 ha aperto qui il primo impianto artico per il mining di bitcoin.

Il processo serve a validare le transazioni del bitcoin ed estrarre le criptovalute dalla blockchain. Per ogni blocco “minato” i “minatori” ricevono 6.25 bitcoin come ricompensa, spiega Bloomberg. I bitcoin messi in circolazione a livello globale sono 18,5 milioni e il limite massimo previsto è di 21 milioni, che verrà raggiunto nel 2140. Il processo di calcolo è quindi sempre più complicato, lento e richiede una crescente capacità computazionale, energia elettrica e… freddo. “I moderni strumenti utilizzati possono raggiungere 75-79 gradi”, sottolinea l’azienda: “Cosa accadrebbe se facesse caldo anche all’esterno?”.

Il datacenter è già sotto contratto e serve clienti da Svizzera, Stati Uniti e Giappone che per il fabbisogno energetico pagano appena 4 centesimi di dollaro a kilowattora, una tra le più basse tariffe del mondo. La vicina centrale della Norilsk Nickel alimenta la struttura con elettricità generata da fonti idroelettriche e a gas, tramite una rete che è scollegata dal resto della Russia, che gli abitanti di questa zona, raggiungibile solo via nave o aereo, chiamano “il Continente”. Una risorsa fondamentale, visto che secondo uno studio dell’università di Cambridge, due anni fa il fabbisogno energetico mondiale del bitcoin (58,94 terawattora) aveva già superato quello dell’intera Svizzera.

Gli addetti si danno il cambio nel corso dell’anno per non doversi stabilire per sempre da queste parti. Sono 15 quelli che a turno armeggiano intorno ai quattro container che possono contenere fino a 360 Antminer S19, i calcolatori utilizzati per il mining. Gli ambienti, nonostante la temperatura media annua sia -10 gradi, hanno bisogno di essere areati e ventilati. Dopo la prima installazione da 11.2 MW, avvenuta il 15 ottobre, la cryptofarm già progetta di crescere e raddoppiare la sua capacità a 31 megawatt quest’anno. I container totali disponibili infatti sono nove e a pieno regime BitCluster da queste parti potrebbe “minare” fino a sei bitcoin al giorno in media.

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