Ma liberaci dal malware: ora il Vaticano punta sull’intelligenza artificiale

Negli ultimi anni, l’interesse del Vaticano per i sistemi di intelligenza artificiale è cresciuto enormemente. Fra qualche anno, ai teologi potrebbe essere richiesto di studiare gli algoritmi, ma per ora la Santa Sede si affida ai tecnologi. A febbraio scorso, poco prima che esplodesse la pandemia, la Pontificia accademia per la vita ha riunito personalità del mondo tech per firmare la Rome Call for AI Ethics, un documento – non un testo ufficiale, sottolineano a Roma – proposto dal Vaticano, che vede l’Ia come un sistema con forti implicazioni sui diritti umani: da ciò la necessità di adottare e condividere un testo per sostenere un approccio etico alle nuove tecnologie.

Tra i firmatari, top manager di spicco del settore e autorità politiche: Brad Smith, presidente di Microsoft, John Kelly III, vice presidente di Ibm, Dongyu Qu, direttore generale della Fao, e Paola Pisano, ministra italiana per l’innovazione tecnologica. “La Rome Call non è un punto di arrivo, ma un inizio per un impegno che appare ancora più urgente”, ha dichiarato monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita. Ma per andare dove?

Nel documento, il Vaticano propone sei principi (trasparenza, inclusione, responsabilità, imparzialità, affidabilità, sicurezza e privacy) per evitare un approccio delle tecnologie discriminatorio. Tutto molto bello, ma oltreoceano il dibattito etico su questi sistemi è ancora aperto. Negli Usa, per esempio, le tecnologie a riconoscimento facciale sono ritenute controverse, tanto che diversi stati hanno emesso delle ordinanze ad hoc per vietarne l’uso. Ha fatto rumore la ricerca dell’American Civil Liberties Union in partnership con l’Mit di Boston, che ha rilevato come il software di riconoscimento facciale utilizzato da Amazon per i suoi clienti tendesse a classificare come criminali alcuni profili, specialmente gli individui dalla pelle scura e le donne. Per questo nel 2019, l’amministrazione di San Francisco ha vietato il riconoscimento facciale da parte delle agenzie governative locali e dei distretti di polizia.

Casi come quello Usa mostrano che l’etica spesso non sta al passo veloce dell’Ia, semmai lascia questioni aperte. Nel 2016 ci avevano provato le stesse big tech, creando la Partnership for AI: un gruppo di ricerca formato da Amazon, Facebook, Google, Microsoft, Ibm e Apple per studiare l’impatto degli algoritmi in ambito lavorativo ed economico. Ma questa tendenza di natura privatistica può fare davvero l’interesse pubblico? Come si può garantire al cento per cento che società che traggono profitto dall’utilizzo che le persone fanno delle loro tecnologie possano limitarne gli abusi? Se lo domandava un anno fa Yochai Benkler, professore di diritto a Harvard, che sulla rivista Nature scriveva: “Se progettati esclusivamente per fini di lucro, gli algoritmi divergono necessariamente dall’interesse pubblico”. 

La Chiesa dovrebbe davvero collaborare con Ibm e Microsoft per prendere decisioni sulla regolamentazione tecnologica?” si chiede, non troppo velatamente, il ricercatore cattolico Jay W. Richards. Il rischio, cioè, è quello di avere il sigillo vaticano su iniziative portate avanti da società che rischiano di discriminare a fini di lucro. La parola chiave è regulatory capture: c’è il timore che, ponendosi come promotore di una regolamentazione con società big tech, il Vaticano diventi – per sua leggerezza – un’authority che agisce in favore degli interessi delle industrie dominanti, senza esserne consapevole.

Papa Francesco ha più volte parlato di internet. Lo ha fatto nel 2014, in occasione della 48esima Giornata delle comunicazioni sociali: “Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è cosa buona, è un dono di Dio”. Ma è stato anche lui a chiedere “discussioni aperte e concrete” sull’utilizzo dell’Ia due anni dopo, quando ha riunito in Vaticano i top manager di Facebook, LinkedIn, Mozilla e Western Digital per parlare delle “implicazioni sempre più significative dell’intelligenza artificiale”. Nell’evento durato tre giorni, papa Francesco ha ribadito la necessità di principi morali nell’uso delle tecnologie implicate nella promozione di idee che minacciano il bene comune: “Ciò porterebbe a una forma di barbarie dettata dalla legge del più forte” disse allora. La sua idea del digitale è passata a toni apocalittici nell’ultima enciclica Fratelli Tutti, in cui il virtuale è visto come un mondo disinibito e manipolatorio: “Operano nel mondo digitale giganteschi interessi economici, capaci di realizzare forme di controllo tanto sottili quanto invasive, creando meccanismi di manipolazione delle coscienze e del processo democratico (43)”.

Di minacce che vengono dal web, il Vaticano è esperto. In un recente articolo del Guardian, la Biblioteca apostolica vaticana, scrigno di documenti preziosi come i testi di Galileo e corrispondenze segrete, dal 2012 ha ricevuto una media di 100 attacchi hacker al mese: “La nostra biblioteca è di interesse per gli hacker. Un attacco riuscito porterebbe a rubare, manipolare, persino rimuovere del tutto intere collezioni” ha detto Mario Miceli, Data Center Director della Biblioteca.

A luglio, nel mezzo dei negoziati tra Santa Sede e Pechino, hanno alzato un polverone i risultati di monitoraggio della società Recorded Future, che avrebbe registrato cyber-attacchi cinesi alle reti informatiche vaticane, come la Missione di studio della Santa Sede in Cina. 

L’Ia potrebbe essere anche una sfida alla religione cattolica. Su The Atlantic, Jonathan Merritt la definisce “la più grande minaccia per la teologia cristiana dai tempi de L’Origine delle specie di Charles Darwin”

Ma l’Ia potrebbe essere anche una sfida alla religione cattolica. Su The Atlantic, Jonathan Merritt la definisce “la più grande minaccia per la teologia cristiana dai tempi de L’Origine delle specie di Charles Darwin”. Per una dottrina fondata su verità teologiche come il concetto di anima e natura umana, che implicazioni può avere ammettere l’esistenza di una intelligenza artificiale? Prendiamo Hiroshi Ishiguro, lo scienziato giapponese che ha realizzato una copia esatta di se stesso, un androide. Ishiguro è stato invitato in Vaticano a febbraio scorso a un workshop sulla robo-etica. Per Mike Mchargue, autore del libro Finding God in the waves: how I lost my faith and finding it again through science, “se hai un’anima e crei una copia fisica di te stesso, presumi che anche la tua copia fisica abbia un’anima”: un tema spinoso.

Non sembra casuale che iniziative riguardo l’Ia siano state intraprese dalla Pontificia accademia per la vita, un organo che fino a qualche anno fa si occupava di temi come l’aborto, piuttosto che da istituzioni più scientifiche come la Pontificia accademia delle scienze. Recentemente, l’Accademia è entrata in contatto con il Deta, il Dipartimento europeo per la tutela dell’androide: “Un punto di contatto c’è già stato: ci sono rosari automatizzati e robot confessori” spiega Matteo Paloni, tra i membri del Deta: “Per la raffinatezza di alcuni impulsi elettrici, noi consideriamo l’androide come possessore di una scintilla di coscienza” aggiunge. Sarebbe il caso di dire, Deus ex machina.

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