Divieto di fumo all’aperto: una buona notizia, ma non spacciamola per misura anti-Covid

C’è una nuova misura anti-Covid che imperversa nel Belpaese: il divieto di fumo all’aperto. Da Benevento ad Aulla, da Massa Carrara a Cittadella, passando per Milano, le giunte comunali stanno predisponendo divieti di accendersi una sigaretta nelle aree del centro storico, nei pressi delle fermate dei mezzi pubblici, degli istituti scolastici, nei parchi e via dicendo. Misure in alcuni casi già operative, in altri in via di implementazione, come a Milano, che sarà smoking free in alcuni punti nevralgici a partire da gennaio, per poi diventarlo completamente dal 2025.

Fumo
(foto: Oliver Helbig/EyeEm/Getty Images)

Con la scusa della sigaretta si sta senza mascherina”, hanno denunciato in coro i sindaci delle varie città interessate dai provvedimenti, spacciando dunque i divieti come il loro contributo alla lotta alla pandemia. Dopo aver assistito a mezzi di trasporto colmi di persone, a sistemi sanitari al collasso (anche) per le mancanze delle amministrazioni locali, agli appelli a non fermarsi e riaprire tutto per il bene del tessuto produttivo locale, che ora si voglia battere il virus vietando le sigarette nei centri storici suona come un paradosso. Un approccio demagogico con cui i sindaci mettono in vetrina le loro iniziative per la gestione dell’emergenza sanitaria, vetrina dietro le quali spesso non c’è niente. Il divieto di fumo all’aperto per ostacolare gli assembramenti e i no-mask ricorda tanto l’ordinanza anti-movida del governatore della Lombardia Attilio Fontana, che vietava la vendita di alcolici nei supermercati dalle 18 in poi, un nulla cosmico con cui far vedere che si stava facendo qualcosa mentre in realtà non si stava facendo nulla.

Il fatto che il divieto di fumo all’aperto non abbia nulla a che fare con l’appiattimento della curva epidemica non significa che non sia una rivoluzione positiva. Il lato sanitario c’entra eccome, ma non nella misura della lotta al Covid-19, né di una volontà di salvaguardare i cittadini dai loro stessi vizi. Anche perché allora, fosse così, ci sarebbero un’altra infinità di ambiti in cui dover intervenire. Piuttosto, il divieto di fumo all’aperto in alcune aree sensibili è un progresso sanitario nella sua accezione ambientale, oltre che essere un passo avanti in termini di civiltà.

Nei primi anni Duemila sembrava assurdo che si vietasse alle persone di fumare all’interno dei bar e ristoranti, semplicemente perché quella era considerata la normalità. Oggi, che un non fumatore abbia la possibilità di non respirare fumo passivo in un luogo chiuso e non puzzare di nicotina per il resto della giornata, è diventato un diritto fondamentale e irrinunciabile. Diventerà così anche per quanto riguarda gli spazi all’aperto, c’è solo da abituarsi a una misura che tutela la collettività, dal momento che fumare è una scelta personale, respirare fumo passivo no. Non è un caso che nei civilissimi paesi scandinavi, visti sempre come un modello quando si tratta di queste cose, il divieto di fumare nei parchi pubblici e in altri luoghi sensibili delle città è già in vigore da un pezzo.

Ma al di là del senso civico, c’è tutto un lato ambientale in queste misure che non si può sottovalutare. E su cui in Italia in questi giorni sta insistendo di fatto solo Milano, l’unica città che attraverso il suo Consiglio comunale ha messo l’accento sull’impronta ecologica del fumo all’aperto – non è un caso che l’imminente divieto sia stato inserito in un pacchetto chiamato Regolamento sulla qualità dell’aria. Il consumo di una sigaretta emette 14 grammi di CO2 equivalente, mentre l’Istituto nazionale dei Tumori italiano ha dimostrato che il PM10 emesso da cinque sigarette corrisponde a quello prodotto da una locomotiva a gasolio. Un altro studio pubblicato sull’European Respiratory Journal ha rilevato che le sostanze inquinanti emesse in alcune vie del centro storico pedonali nell’ora di punta a causa del fumo era superiore a quella delle strade carrabili circostanti. Insomma, il fumo all’aperto inquina e anche tanto, ridurre la possibilità di accendersi una sigaretta in alcuni spazi pubblici come parchi e nei pressi delle scuole è un progresso a livello ambientale e civile. Non si sta d’altronde sopprimendo un diritto individuale, dal momento che fumarsi una sigaretta sarà sempre consentito. Piuttosto, si vuole tutelare la collettività e l’aria che essa respira, per il presente e per il futuro.

Un divieto di fumo all’aperto in questa chiave non può allora che essere il benvenuto. Spacciarlo come misura anti-Covid per far sì che le persone non si abbassino la mascherina, però, è il miglior modo per far perdere credibilità a una normativa di buon senso.

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