Napoli non è un caso speciale quando si tratta di violenza urbana

È il momento di resistere. La disperazione della prima fase della pandemia, lievitata con i nuovi divieti destinati forse a inasprirsi, darà i suoi frutti avvelenati per mesi, anzi anni. Per questo le violenze di venerdì scorso a Napoli allo scoccare del coprifuoco delle 23 segnano un punto di non ritorno, impossibile da oltrepassare. Non c’è spazio, quindi, per le sottili connivenze dei soliti Briatore né per altre giustificazioni. “Queste terribili immagini – ha scritto il patron del focolaio Billionairespero possano essere un monito per chi in questi giorni dovrà comunicarci chiusure, ricordando loro di accompagnarle ad aiuti concreti e non a false promesse”. No: gli aiuti concreti si rivendicano in altri modi, anche duri. I “moniti” non arrivano dal caos organizzato che devasta una città: quella è roba da giudizio direttissimo.

Foto Ipa – Scontri a Napoli

Chi c’era davvero, in mezzo, dovranno dircelo le indagini. Dai ristoratori esasperati ai “guaglioni di fatica” – come spiega Fanpage – fino ai gruppi ultras, la sottopolitica di ogni tendenza che trova in quel clima l’unica ragione di esistenza e sa muoversi ed alimentare rivolte, non proteste, di quel tipo.

Una cosa è evidente: la pandemia è globale, paesi e città di ogni latitudine e dimensione hanno vissuto o stanno vivendo le conseguenze catastrofiche delle loro economie messe in ginocchio da chiusure, quarantene e misure di sicurezza e di società ferocemente segnate, divise, sfinite. Ma Napoli non può fare eccezione. L’Italia non può fare eccezione. Il giorno dopo anche a Roma si sono verificati scontri in un altro corteo anti-coprifuoco promosso dai soliti neofascisti di Forza Nuova a piazza del Popolo (ne aspettiamo ancora lo scioglimento) e in misura minore da Trastevere a Testaccio. Bilancio: dieci fermati e due poliziotti feriti. Da questa roba, come d’altronde delle vergognose manifestazioni negazioniste e contrarie alla “dittatura sanitaria” dei mesci scorsi, il paese è messo in pericolo. Non solo per le ricadute immediate, rovina che si aggiunge a rovina, né per le dimensioni effettive ma per le ferite più subdole che aprono nel tessuto sociale. Rischiando di innescare emulazioni e aprire squarci di giustificazionismo saldandosi alle lampanti inefficienze del governo.

Questa è infatti la trappola in cui nessuno deve posare il piede: neanche un passo in più. Aprire scivolosi territori grigi, spazi di comprensione per chi preferisce la strada della violenza a quella della contestazione sistematica ma pacifica, del dissenso civile, della critica ragionata. La prima mette a rischio la già provata tenuta sociale e le speranze di uscirne, in qualche modo. Del secondo atteggiamento, quello della critica ragionata, ne abbiamo invece un disperato bisogno, perché le istituzioni hanno dimostrato di aver perso tempo prezioso specialmente sul fronte sanitario, con posti in terapia intensiva insufficienti, tracciamento saltato anche per carenza d’organico così come per le unità speciali di continuità assistenziale sul territorio. L’ultima richiesta delle regioni, quella di non sottoporre al tampone gli asintomatici, è d’altronde la certificazione di questo fallimento. “Servono organizzazione, umiltà e fiducia nella scienza – ha spiegato il microbiologo Andrea Crisanti – vedo solo propaganda, demagogia e incompetenza”.

Tema diverso, lontano da quei territori grigi ma urgentissimo, è stare all’erta e decidere con efficacia (e però anche con severità per chi inganna lo Stato o peggio lucra sulla disperazione altrui) sotto l’aspetto dei sostegni, degli aiuti, delle prospettive, della coerenza degli interventi. Per non lasciare la preoccupazione delle persone nelle mani delle mafie e di chi dalla violenza spreme ricavi e consensi, preparando il futuro prossimo. Ma sul resto il punto di non ritorno è chiaro: le regole si contestano, si discutono, si criticano con argomentazioni valide, e magari così si riesce a lenirle o cambiarle, ma si rispettano. Ovunque, a Napoli e altrove: nessun territorio può vantare un salvacondotto che gli garantisca reazioni da guerriglia organizzata.

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