Il nuovo scacchiere politico uscito dalle elezioni regionali

Il parlamento italiano (Getty)
(foto: Getty Images)

Come ogni tornata elettorale che si rispetti, anche quella andata in scena nella due giorni del 20 e 21 settembre ha modificato la politica italiana, con strascichi che si faranno sentire a lungo. Questo tanto nel governo, dove cambieranno da oggi i rapporti di potere tra i due partiti che lo compongono, Pd e Movimento 5 stelle. Ma anche nell’opposizione, con una Lega di Matteo Salvini che dovrà rivedere le sue ambizioni di pieni poteri e un partito come Fratelli d’Italia sempre più una realtà affermata nella destra italiana.

Partiamo dal governo. Abbiamo visto felici ed esultanti sia Luigi Di Maio, per il referendum, che Nicola Zingaretti, per le regionali, ognuno intenzionato a indirizzare il vento del risultato elettorale a favore del suo partito. A ben vedere, però, a vincere tra i due è stato il Partito democratico.  Il 3 a 3 alle regionali è un risultato su cui si sarebbe messa la firma, eccome, dal momento che in diverse fasi pre-elettorali era sembrato che perfino la rossa Toscana e la Puglia potessero finire nelle mani della destra. Non è stato così e Zingaretti ha salvato la sua segreteria, almeno per un po’. Peraltro, si è preso la sua personale rivincita contro il dissidente Matteo Renzi, di Italia Viva, che tanto in Toscana – dove appoggiava il candidato democratico Eugenio Giani – quanto in Puglia – dove correva da solo con Ivan Scalfarotto – ha preso sonore sconfitte. Nel primo caso, il suo apporto non è stato decisivo nel garantire una vittoria a Giani che ci sarebbe stata comunque; nel secondo caso, ha riportato una percentuale di consensi poco sopra l’1%, che non è stata decisiva per ostacolare l’odiato Michele Emiliano.

Tutto questo non potrà che cambiare i rapporti di potere nel governo. Mentre il Partito democratico portava a casa tre regioni, il Movimento 5 stelle si è confermato una realtà totalmente evaporata politicamente, sono lontanissimi i tempi dell’over 30% di consensi di un paio d’anni fa. In Campania, dove aveva un voto su due, stavolta porta a casa un misero 13%. Per il resto, nelle altre regioni al voto i pentastellati a malapena raggiungono la doppia cifra. Questo si rifletterà nell’agenda dell’esecutivo, con il partito che ha sempre meno interesse di andare al voto dal momento che ne uscirebbe massacrato e che dunque non potrà fare troppe storie davanti alle richieste del Pd – vedi alla voce Mes, ma anche (e questo è un augurio più che altro) decreti sicurezza. L’esultanza di Di Maio, dovuta unicamente alla vittoria del sì al referendum, è stato un modo più che altro per celare la debolezza politica del suo partito.

Anche dall’altra parte, all’opposizione, lo scacchiere è cambiato. Il grande sconfitto è Matteo Salvini, in quella che è una debacle quadrupla. In primis, come già successo in Emilia-Romagna, non è riuscito a scardinare una regione rossa come la Toscana con la sua candidata Susanna Ceccardi. In secondo luogo, dalla Campania alla Puglia ha mostrato la debolezza della Lega nel Mezzogiorno, che continua a prendere voti percentuali molto bassi e che dunque è ben lontana da quell’utopia di grande Lega nazionale di stampo lepeniano. In terzo luogo, proprio lì dove il partito di via Bellerio ha vinto, il Veneto, il successo è stato così schiacciante che ha finito per oscurare lo stesso leader del Carroccio. Luca Zaia ha portato a casa qualcosa come il 75% delle preferenze e la sua lista, comunque associata a quella della Lega, ha triplicato quest’ultima. In Veneto il voto è stato insomma per Zaia, non per la Lega di Salvini, e questo è un tema che tornerà d’attualità più avanti, quando gli italiani saranno chiamati al voto di fine legislatura e a destra bisognerà scegliere l’uomo forte con cui presentarsi all’appuntamento.

Ma c’è anche un altro punto che non farà dormire sonni tranquilli a Matteo Salvini. Mentre il suo partito arranca, Fratelli d’Italia non solo ha eletto un suo candidato nelle Marche, ma è cresciuto in tutte le regioni al voto, con percentuali ormai stabili in doppia cifra e la certezza che siamo davanti a una realtà in pochi anni passata da gregario a pilastro della coalizione di centrodestra, con progetti magari di leadership per il futuro se le cose dovessero continuare così. Anche perché Forza Italia, l’altro partito del gruppone, si mantiene sui suoi risultati classici del 6-7%. Non siamo ancora davanti alla sua morte politica, ma è la conferma che nel centrodestra la partita è tra la Meloni e Salvini.

Tra coalizioni in movimento, rapporti di forza che cambiano, ascesa e discesa di nuovi e vecchi leader, le certezze che escono da questa tornata elettorale sono due. Il governo andrà avanti fino a fine legislatura, tra un Partito democratico che cercherà di sfruttare l’onda lunga di queste elezioni e un Movimento 5 Stelle sempre più intimorito dalla sua crisi dei consensi. L’opposizione, invece, dovrà iniziare a riflettere su se stessa in vista del futuro, in quella che potrebbe trasformarsi in una grande resa dei conti inter e intra partitica.

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