Sofia e la Bulgaria colpite dal coronavirus hanno molto da insegnarci

(foto: Getty Images)

Se gli aeroporti sono come i biglietti da visita di un paese, quello di Sofia non è uno dei più rassicuranti, ma perlomeno dice la verità: piccolo, un po’ arrangiato e di certo non luccicante, ma che emana una sorta di buon senso pragmatico che ti accompagnerà per tutto il viaggio. Controlli della temperatura per chi arriva dall’Italia? Nemmeno per sogno: a fine agosto, con il numero di voli crollato del sessanta per cento, è business as usual (e forse è anche giusto così, se consideriamo la ridicolaggine di affidarci a quegli aggeggi elettronici).

Si dice che in Italia i bulgari non siano ben visti per colpa di un focolaio di Covid scoppiato nel casertano e una conseguente piccola rivolta, ma viceversa in Bulgaria chi ha il passaporto della Penisola viene accolto senza alcun sospetto, anche se i casi tra i giovani e al Sud sono in energica ripresa. “Quelli che hanno fatto casino non sono bulgari come noi, sono gli zingari che esportiamo”, dice senza cercare mezzi termini un camionista che, sulla metropolitana semivuota, mi riconosce come straniera e si premura di difendere l’immagine nazionale.

Ad accogliermi nel paese più povero dell’Ue c’è lo stesso paradosso di Schrödinger che ha preso piede nella xenofobia italiana: il virus è al tempo stesso portato dagli immigrati, dagli elementi incongrui della società, dai poveri e dai disordinati, e al tempo stesso è innocuo per tutti gli altri, o quasi.

Lo scetticismo nei confronti del coronavirus è infatti diffuso a tutti i livelli della borghesia cittadina: a cominciare da Anastasia, una architetta ventinovenne che incontro davanti alle mura romane – il nome errato di un monumento architettonico di epoca ottomana – la quale mi dice che lo stato di emergenza anche in Bulgaria altro non è che l’occasione per imporre regole ancora più opprimenti sulla gente comune, approfittando di una crisi sanitaria che in fondo tanto seria non sarebbe.

Ma ci sono anche Maryana e suo marito Dimitar, editori, proprietari di una piccola casa editrice che si occupa d’arte, che in un caffè del gigantesco Palazzo nazionale della culturale, capolavoro brutalista dalle tinte scure inaugurato nel 1981, mi spiegano che la pandemia altro non sarebbe, a loro dire, che una macchinazione dei cinesi per comprarsi quel poco che il paese – e l’Europa – già non hanno svenduto.

Nel complesso però le precauzioni anti-Covid sono adottate con disciplina pacata: nel centralissimo boulevard Vitosha nessuno indossa la mascherina e il distanziamento nei ristoranti è molto lasco, ma nei supermercati e nei trasporti pubblici i volti sono coperti, mentre le discoteche sono chiuse da tempo immemorabile. È del resto una città dove il verde abbonda e gli spazi all’aperto non mancano: nel grande parco di Borisova, dove allo stadio del Cska Sofia vanno spesso in scena cori para-nazisti quando gioca la nazionale, si tengono concerti di musica indie all’aperto splendidamente ordinati e senza calca, e le famiglie sono a spasso senza alcun timore – quasi un miracolo, in uno dei paesi a più rapido tasso di invecchiamento e spopolamento del mondo.

In quanto ai musei, sono uno spettacolo surreale: solo 6 leva (più o meno tre euro) per entrare nel National Art Gallery, dove non vola una mosca e i guardiani sono concentrati sui propri cellulari, e un’esperienza in solitaria dentro il Museo nazionale di storia, ai piedi della collina che ospita la chiesa di Boyana: con mezza dozzina di guide per piano che si aggirano annoiate tra saloni senza nemmeno un turista, e però ti inseguono con solerzia se ti sei dimenticato di spruzzarti del disinfettante sulle mani all’ingresso.

Sofia è una delle capitali europee il cui Pil pro capite è più sproporzionato rispetto alla media nazionale: 1,75 volte quello del resto del paese, per la precisione, al quarto posto nell’Ue a 27 dopo Bratislava, Bucarest e Praga. Questo spiega anche le profonde divergenze culturali e politiche tra la metropoli – con la sua borghesia liberale e le sue aspirazioni cosmopolite – e i centri rurali, fortemente dipendenti dal governo centrale e assieme insofferenti ai lacci della burocrazia. Il populismo del governo è conservatore e di destra, ma ha solide radici nel nazionalismo instigato da quell’entità mini-globalizzante che era l’Urss, e che oggi secondo i partiti ancora più a destra è rappresentata da Bruxelles, alla quale il premier, Boyko Borisov, al potere per 10 anni sugli ultimi 11, si dichiara fedele.

Per molta della classe media di Sofia che in questi giorni sta scendendo in piazza, tra lanci di bottiglie, lacrimogeni e l’indifferenza sostanziale delle masse popolari, Borisov è l’incarnazione di un potere tentacolare e clientelare che ha strozzato l’opposizione e ha fatto poco per far uscire il paese da un declino di lungo periodo: i prezzi delle case sono aumentati, le infrastrutture pubbliche non brillano ma reggono, l’ordine pubblico e la qualità della vita rendono orgogliosi i residenti di lungo corso, e il lavoro per i giovani non è un miraggio come per i paesi mediterranei. Ma sotto molti altri indicatori – la sanità, l’istruzione, l’età media che avanza sempre più, l’emigrazione dei lavoratori più qualificati e dei laureati – la Bulgaria sembra averci rimesso parecchio, da questo assetto geopolitico. Le scorribande di molti ultras neonazisti a bordo delle loro motociclette d’epoca – un classico non solo qui ma anche a Plovdiv, dove la tifoseria locale è gemellata con quella del Napoli – sono un promemoria sulla massa di reazione che bolle, ai margini della democrazia liberale in crisi.

L’atteggiamento di molti bulgari nei confronti della minoranza rom – 4,5 per cento della popolazione secondo il censimento ufficiale, oltre il doppio secondo gli esperti, poiché in troppi avrebbero paura di dichiararsi – è quello tipico di un paese che crede che gli impedimenti alla modernizzazione siano i segmenti non integrabili e ancestrali della società; c’è quasi imbarazzo a parlare degli incendi che hanno colpito molti campi, nelle periferie e nelle campagne, per mano di squadracce in cerca di untori, e più in generale la comunicazione tra gli abitanti dalla pelle scura e l’accento turco-rumeno e quelli dalla carnagione bianchissima è quasi inesistente. Sofia è una scappatella piacevole e graziosa, un’oasi di calma e di pace conveniente per il portafogli, ma anche una comunità in equilibrio precario, che dovrebbe farci riflettere sui limiti ancora evidenti del progetto d’integrazione europeo.

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