Perché Ruth Bader Ginsburg era un’icona femminista

(foto: Mark Wilson/Getty Images)

Ruth Bader Ginsburg, scomparsa durante il fine settimana, era la più anziana, ma anche la più nota giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti. Non è un caso che il suo soprannome fosse Notorious Rbg: una prova affettuosa della sua popolarità tra i cittadini americani, grazie alle sue battaglie per l’uguaglianza dei diritti delle donne, l’hanno resa un’icona. La sua immagine è diventata un simbolo e la sua vita è stata già raccontata da due documentari e da un film, On the Basis of Sex, uscito nelle sale nel 2018. Ecco perché la sua morte all’età di 87 anni per delle complicazioni dovute a un tumore al pancreas lascia un grande vuoto non solo alla Corte Suprema americana – dove c’è in ballo un importante e influente seggio vacante – ma anche nella cultura popolare, che l’aveva celebrata come artefice di molti progressi per le donne nella società statunitense. Bader Ginsburg, prima di essere scelta come prima donna giudice supremo nel 1992 dal presidente Bill Clinton, era già molto conosciuta e celebrata: la sua nomina all’epoca era l’unica a essere stata ratificata con una maggioranza schiacciante al Senato, dove su 100 voti disponibili è riuscita a conquistarne 96 a suo favore.

Rbg e il femminismo

L’approdo alla Corte Suprema è stato il coronamento di una carriera lunga, durante la quale, a partire dai suoi studi universitari, Bader Ginsburg è stata pioniera nel campo dell’uguaglianza dei diritti delle donne e nella lotta alla discriminazione. Cruciale è stato, infatti, il suo lavoro all’American Civil Liberties Union, l’associazione di tutela dei diritti civili dove ha avuto l’intuizione di utilizzare il 14esimo emendamento della Costituzione americana – quello che stabilisce che tutti sono uguali davanti alla legge – per contestare l’iniquità di leggi sessiste. La norma è stata utilizzata da Ginsburg per stabilire la parità di diritti tra uomini e donne, aprendo in questo modo il percorso all’abolizione di leggi discriminatorie.

Nel 1971 ha fatto storia il caso di Sally Reed, madre divorziata di un adolescente che era deceduto nella casa del padre, a cui era stata affidata la custodia dopo la separazione. Alla Reed era stato impedito di recuperare gli effetti personali del figlio in base a una legge dell’Idaho che specificava che quando due parti erano ugualmente qualificate per ricevere la proprietà di una persona deceduta “gli uomini devono essere preferiti alle donne”. Bader Ginsburg ha portato il caso davanti alla Corte Suprema, sostenendo che vi fosse un’aperta violazione del 14esimo emendamento. Il ricorso è stato accolto e da quel momento “è stata aperta ad altre donne e uomini che volevano sfidare con successo leggi discriminatorie”, ha spiegato Emily Martin del National Women’s Law Center in occasione del 40esimo anniversario della sentenza.

Dal 1993 in poi, come giudice, il suo ruolo è stato fondamentale in numerose sentenze, anche quelle in cui non si è allineata con l’interpretazione data dalla maggioranza della Corte. Un’altra sentenza di primaria importanza che l’ha coinvolta è quella sul Virginia Military Institute, l’accademia militare che nel 1996 era l’ultima scuola ad accesso esclusivamente maschile d’America: col suo attivismo e la sua opera legislativa Rbg l’ha costretta a cambiare le sue policy, in un caso che ha avuto un’ampia eco sui media.

La carriera di Bader Ginsburg si è conclusa con due voti fondamentali: quello che ha introdotto i matrimoni dello stesso sesso negli Stati Uniti nel 2015 e quello che punisce le discriminazioni sul posto di lavoro in base all’orientamento sessuale, lo scorso giugno.

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