Cos’è la retroinnovazione, il segreto per dare nuova vita al made in Italy

Winelivery (crediti: Winelivery)

Crescere, soprattutto in periodo di crisi, puntando sul rinnovamento dei settori tradizionali. A Endeavor Italia, organizzazione non profit che supporta imprenditori ad alto potenziale, la chiamano retroinnovazione. Un concetto che si basa sulla tecnologia, con cui vengono ripensate tutte le attività e aggiornato il business vecchio stampo, ma che non è fondato unicamente su di essa. Al centro, piuttosto, c’è il cliente finale. Che negli ultimi anni ha profondamente mutato le sue abitudini di acquisto.

Le trasformazioni che investighiamo con la retroinnovazione”, racconta Raffaele Mauro, direttore generale di Endeavor Italia, “non sono relative solo all’innovazione digitale, ma anche ad altre classi di innovazione”. E quindi non dipendono unicamente dall’ultimo software in circolazione o dalla possibilità per un’azienda di mettere online il proprio sito, ma piuttosto da un cambiamento interno che investe tutti gli ambiti, compreso quello delle competenze e delle risorse umane.

Dice Mauro che “la profonda trasformazione dell’economia mondiale sta cambiando il modo in cui i clienti più giovani si interfacciano con le aziende”. L’esempio dei millennial cinesi con il mondo del lusso è calzante. “Cibo, design, moda, ma anche cultura e turismo sono categorie rimaste relativamente statiche a lungo. Oggi le imprese che vi operano, per arrivare a tutti i loro clienti, anche a quelli nuovi, devono trasformarsi. Ecco la retroinnovazione. Se un’azienda vuole distribuire prodotti di queste categorie, non può farlo se la superficie di contatto con i clienti non è facile, immediata”, precisa l’esperto. Le giovani generazioni, chiosa Mauro, hanno come canale primarioun certo tipo di esperienza d’acquisto. E così la tecnologia non è un accessorio, ma un veicolo strutturale di crescita”.

Date queste premesse, retroinnovare non significa solo allocare budget per i reparti di marketing o ricerca e sviluppo. “Servono personale qualificato e competenze diverse rispetto al passato. Ma serve anche ripensare interamente l’organizzazione del lavoro, esternalizzando, se serve, per avere meno vincoli interni”, dettaglia il direattore di Endeavor Italia.

In Italia, quanto a retroinnovazione, “siamo in una situazione mista”, prosegue Mauro: “Le due ultime grandi crisi hanno accelerato trend già presenti, creando profonde distanze tra aziende veloci a riposizionarsi e altre che non lo hanno fatto. Inoltre, c’è più consapevolezza, soprattutto dopo il lockdown, dove chi aveva capacità di interazione digitale è sopravvissuto, o addirittura ha avuto aumenti di fatturato. Gli altri no”.

Endeavor sta aiutando alcune startup a fare retroinnovazione su settori tradizionali. Nove si affidano già alla no profit e altre possono candidarsi per accedere al network rispondendo al bando del programma Elevator, aperto da poco per un percorso di accelerazione.

Winelivery

Partiamo da un settore ipertradizionale, il circuito delle enoteche. Winelivery è una startup che vende vino, birra, spirits e bibite ed è riuscita a ripensarlo profondamente. “Non siamo prettamente un ecommerce”, spiega Francesco Magro, fondatore e amministratore delegato, “ma piuttosto un delivery pienamente integrato. Non vendiamo online ma tramite app, abbiamo una flotta di consegna proprietaria e rapporti diretti con i produttori di vino e alcolici da cui ci riforniamo. A loro ci proponiamo come canale di distribuzione e anche di promozione, dal momento che siamo in grado di dare consigli ai nostri clienti grazie a un sommelier virtuale che abbiamo messo a punto”.

L’idea alla base è quella di “battere un mercato abbastanza esclusivo con una modalità diversa, quella dell’inclusività”, dice Magro.
L’organico comprende circa 30 persone, 25 a Milano e le restanti in tutta Italia. “Sanno fare la differenza – osserva l’ad -. Ci sono soprattutto esperti in marketing e tecnologia, programmatori che hanno sviluppato un software proprietario. Ora l’obiettivo è di essere presenti in 50 città di tutta Italia entro la fine dell’anno. Attualmente sono 42”.

La startup si è fatta conoscere moltissimo durante il lockdown con mezzo milione di bottiglie vendute da gennaio a giugno. “Nei primi sei mesi dell’anno abbiamo fatto tre volte e mezzo l’intero fatturato del 2019. Adesso non abbiamo più i picchi di marzo o aprile ma ci siamo assestati al triplo delle vendite dello scorso anno”, dice il fondatore.

Ma retroinnovazione per Winelivery significa anche rivisitazione di quanto di più tradizionale ci sia per una enoteca: il negozio fisico, appunto. “Avvieremo una rete di punti vendita che effettuino anche consegne a domicilio, un format misto che ci consente di sostenerci in aree piccole”, annuncia l’ad. Dovrebbero partire entro la fine dell’anno, con un progetto pilota a Milano. “Vogliamo portare il nostro approccio pop anche al punto vendita, a partire dalle vetrine. Anche nel negozio, la tecnologia aiuterà il consumatore a scoprire il mondo del vino: avrà la possibilità di interagire con il nostro sommelier virtuale, e dunque ci sarà tutta la componente di intelligenza artificiale”, conclude Magro.

Chitè (crediti: Chitè)

Chitè

Questo marchio di intimo femminile, nato a Milano due anni fa, è partito da un semplice assunto: nel mondo, l’80% delle donne indossa un reggiseno della taglia sbagliata. “Nell’intimo non è mai esistito il concetto del su misura”, spiega Chiara Marconi, cofondatrice e amministratore delegato di Chitè: “Eppure il reggiseno è uno dei capi più tecnici che esistano. Da qui l’idea di portare innovazione in due settori storici come quelli della sartoria e del made in Italy”.

La maggior parte delle donne non ha mai pensato di farsi fare un reggiseno su misura, benché il prodotto dovrebbe avere un alto grado di funzionalità. “Abbiamo quindi sviluppato una piattaforma di personalizzazione che sfrutta la tecnologia dei rendering in 3D e la realtà aumentata, attraverso un manichino virtuale dove le clienti possono modificare parti del proprio capo”, spiega Marconi.

Per i primi due anni Chitè ha proposto le proprie collezioni di lingerie su un portale online, per farsi conoscere, e dalla scorsa primavera è arrivato anche il servizio di personalizzazione. “Ad aprile e maggio abbiamo fatto un record di vendite, quadruplicando quelle di gennaio e febbraio. Tra poco sbarchiamo anche in Inghilterra, dove abbiamo alte aspettative”, dice Marconi. La squadra di Chitè è composta da dieci persone, principalmente sviluppatori e addetti alla comunicazione e al digital marketing.

Ma non c’è solo la parte digitale. L’ancoraggio al vecchio negozio si è espressa con alcuni pop-up store strategici tra Milano, Parigi e Londra: “Ce ne saranno altri nel periodo natalizio e stiamo cercando di capire come sarà possibile portare la piattaforma di personalizzazione anche nel pop-up”.

Pescaria (crediti: Pescaria)

Pescaria

La formula si posiziona a metà tra un ristorante con pescheria e un servizio fast food di qualità. Pescaria è nato a Polignano a Mare nel 2015 ma già l’anno successivo si spostava, sempre nella città pugliese, in uno spazio più grande: il format aveva convinto i clienti e le richieste crescevano. Ora i circa 200 dipendenti lavorano in sei punti vendita in tutta Italia, a cui si aggiungono anche due ristoranti stagionali.

Di retroinnovazione parla uno dei cofondatori della catena, che è anche responsabile marketing, Domingo Iudice: “Prima di partire con questo progetto ho aperto un’agenzia di marketing, in linea con i miei studi. Quello che ho fatto è stato portare nel mondo della ristorazione le competenze digitali sviluppate”. E quindi, innanzitutto, con la sua squadra ha “fatto innovazione nei processi di distribuzione grazie a un sistema fin da subito interamente su cloud, che permette di tenere sotto controllo ciascun passaggio della filiera. Con rilevazioni in tempo reale di quanto consumiamo, per avere chiara una stima delle giacenze in magazzino, senza dover fare l’inventario. Siamo in grado di notare scostamenti anche minimi”.

Per i dipendenti è stato messo a punto un sistema di formazione a distanza e anche una piattaforma interna per scambiarsi notizie tra colleghi. Infine,“abbiamo ottenuto certificazioni che testimoniano che utilizziamo pesce pescato in modo sostenibile e siamo plastic free”, conclude Iudice. Ogni punto vendita risparmia 6 tonnellate al mese di plastica.

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