Da Salvini a Zingaretti, la sorte dei leader dopo le regionali

(Foto: Filippo Monteforte/Afp via Getty Images)

Dalla due giorni dell’election day il destino dei leader uscirà fortemente influenzato. Per non dire ribaltato. Salvini, Zingaretti, Conte, Meloni, perfino il redivivo Di Maio, il quasi scomparso Renzi, il convalescente Berlusconi. Dai risultati delle regionali di domenica e lunedì, e in misura minore del referendum, dipenderà la solidità del governo verso l’autunno di una nuova finanziaria e soprattutto di un Recovery Plan ancora in alto mare. Ma anche il futuro prossimo di segretari e leader: se la scontata vittoria del Sì al quesito referendario lenirà in parte l’immancabile flop del Movimento 5 stelle alle amministrative, e ciascuno godrà di un pezzo di quel risultato, dalla Puglia e soprattutto dalla Toscana passeranno gli equilibri dei prossimi mesi.

Partiamo da Matteo Salvini. Una sconfitta, seppur di misura, nel cuore rosso d’Italia, si affiancherebbe a quella dello scorso gennaio in Emilia-Romagna contro Stefano Bonaccini. L’assedio alle roccaforti del centrosinistra, regioni grandi e produttive, sarebbe ufficialmente fallito. Mentre Francesco Acquaroli, quello della cena di commemorazione della marcia su Roma del 1922, dato in vantaggio nelle Marche, è in quota Fratelli d’Italia. Il tour de force elettorale, spesso in barba alle misure di sicurezza, non sarebbe dunque servito a nulla, anche considerando il probabile doppiaggio della lista personale di Luca Zaia in Veneto. Le inchieste appena partite, come quella sui commercialisti del Carroccio, farebbero ancora più paura. E si parlerebbe, di nuovo, di una leadership in bilico. Al contrario, una vittoria in Toscana e il primo posto della Lega in tutte le regioni scatenerebbe un terremoto all’esecutivo, proiettando il leghista a palazzo Chigi. La posta in gioco più alta è per l’ex ministro dell’Interno.

Speculare, e altrettanto distopica, la sorte di Nicola Zingaretti: un 3-3 (Marche, Liguria, Veneto al centrodestra, sostanzialmente incontendibili, e la tenuta di Puglia, Toscana e Campania) significherebbe una prova di compattezza importante e lo scontato ingresso del segretario al governo, per cercare di strappare tutto quello che i dem non hanno ottenuto in un anno di Conte Bis. Ogni regione in più sul piatto delle destre avvicinerebbe invece di un gradino le dimissioni di Zingaretti dalla segreteria, l’ennesimo redde rationem nel Pd e l’inabissamento del più solido sponsor di Conte. Nel primo caso, quello del 3-3, anche l’agognata alleanza con i 5 Stelle sui territori ne uscirebbe assai ridimensionata: sarebbe la prova che il Pd ce la fa anche da solo e con le liste civiche collegate, senza troppi pensieri per i punticini di Italia Viva o la fetta, più cospicua, di voti pentastellati: sempre troppo pochi per impensierire ma troppi da lasciare per strada.

Giorgia Meloni deve solo aspettare: con le Marche in tasca, la misura del suo successo si valuterà dai risultati di lista locali. Bisognerà capire se e quanto il traino nazionale, che l’ha portata a insidiare i 5 Stelle e a puntare al terzo gradino in termini di consensi potenziali, si trasmetterà ai territori. E se anche Raffaele Fitto – ormai da un anno organico a FdI – non dovesse farcela in Puglia, la battaglia sarà comunque stata serrata. L’unico fuori gioco è Silvio Berlusconi: Stefano Caldoro, già sconfitto in Campania, non sembra avere alcuna possibilità contro Vincenzo De Luca e Giovanni Toti non appartiene più da tempo al cerchio magico del cavaliere. La storia si gioca dunque sulla valutazione del risultato di lista di Forza Italia: se sarà o meno fondamentale per le tre vittorie assicurate o, ancora di più, per eventuali, clamorosi ribaltoni. C’è anche un elemento non secondario sull’ex premier: un possibile effetto legato al suo recentissimo ricovero e alla malattia. Ma il problema di un successore rimane intatto (ormai da vent’anni). Matteo Renzi ha infine almeno un paio di partite da giocarsi: quella in Toscana, visto che l’incolore Eugenio Giani è un suo uomo, e Ivan Scalfarotto in Puglia, che non ha chance ma che servirà a sondare il terreno e a capire davvero quanto possa valere Italia Viva fuori da piazza della Signoria.

Visto che le sfide appaiono serrate e un po’ all’antica, concentrate sui bipolarismi (Liguria esclusa, curiosamente l’unica dove Pd e M5S hanno trovato un accordo e dove la sconfitta è assicurata), il Movimento 5 stelle cercherà di spostare da subito, come già sta accadendo, l’attenzione sulla vittoria del Sì al referendum costituzionale. Un risultato che restituirà forse un po’ di brillantezza a Luigi Di Maio, ingoiato dai temi della Farnesina, molto più grandi delle sue qualità e delle sue prospettive, ma che aprirà immediatamente altri fronti complicati: la legge elettorale, i nuovi regolamenti parlamentari e altre riforme istituzionali.

Attenzione, però, perché anche su questo voto aleggiano un paio di variabili impazzite. La prima: bisognerà capire a quale soglia arriveranno i No. Se sarà sostanziosa, il trionfo annunciato si trasformerà in vittoria più problematica e il paese uscirà meno ipnotizzato dal veleno del populismo di quanto si pensi. Ma potrebbe anche aprirsi una prospettiva surreale: che i No vincano in molte delle regioni che non votano per la presidenza e che invece i Sì stravincano in quelle al voto. In questo caso, la scelta di un election day potrebbe aver in qualche modo falsato un quesito essenziale come quello sul numero dei parlamentari.

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