Quali sono le idee più ricercate per portare la tua startup nello spazio

Italia dallo spazio (Pixabay)
Italia dallo spazio (Pixabay)

Saranno 25-30 le startup che finiranno nel portafoglio di Primo space, il fondo italiano dedicato all’innovazione spaziale che è stato lanciato a fino luglio da Primomiglio. Tra i partner che finanziano il progetto ci sono il Fondo europeo per gli investimenti e Cassa depositi e prestiti, il budget per ora è di 58 milioni di euro ma si cercano nuovi investitori per raggiungere il traguardo di 80 milioni di euro di raccolta. Per le startup italiane è un’occasione, anche se il processo di selezione sarà durissimo e al fianco di Primo space c’è la Fondazione Amaldi che si occuperà di vagliare la solidità tecnologica delle idee.

“Nella fase di scouting noi facciamo una valutazione preliminare delle startup, guardiamo il progetto e il team prima di valutare ticket size e dimensione del round”, spiega Matteo Cascinari, Key man di Primo Space: “Se decidiamo di andare avanti iniziano i colloqui con i founder e solo allora chiediamo alla Fondazione Amaldi un parere squisitamente tecnologico. Dopo il loro via libera lavoriamo al pre-contratto e alla classica due diligence, con verifiche approfondite sul fronte economico e tecnologico”.

La Fondazione Amaldi, nata per volontà dell’Agenzia spaziale italiana e del consorzio di ricerca Hypatia, si occupa di trasferimento tecnologico e new space economy. “L’Italia – ricorda la presidente, Maria Cristina Falvella – ha creduto che lo spazio fosse uno strumento per lo sviluppo economico fin dagli anni Cinquanta. Ora dal punto di vista industriale possiamo contare sull’intera catena del valore: siamo in grado di spedire in orbita un satellite costruito tutto in casa. Sono pochissimi i paesi che lo possono fare”.

I tre consigli della Fondazione Amaldi

Chiaro che con una tradizione del genere sia stata proprio l’Italia la prima a lanciare un fondo sostenuto dall’Unione europea dedicato unicamente alle startup dello spazio. “Non è affatto un caso. L’idea del fondo nasce per supportare le aziende più giovani che propongono soluzioni innovative per abbattere costi e tempi o che offrono servizi innovativi per facilitare la vita sulla terra grazie all’elaborazione de dati spaziali”, prosegue Falvella. Detta in altri termini: non si tratta solo razzi e satelliti, porte aperte a chi si occupa di sensoristica, stampa 3D, robotica, biotecnologie, new energy e così via.

“L’imprenditore della new space economy deve incominciare a pensare in modo diverso rispetto al passato: deve proporre un’idea che vada anche in conflitto con la tecnologia usata fino a oggi”, spiega Falvella. Tre i consigli per chi vuole superare la selezione e presentarsi al tavolo con gli investitori di Primo Space per firmare il pre-contratto. Precisa la presidente: “Primo, bisogna identificare il progetto con molta chiarezza: chi vuol accedere ai fondi deve fare una proposta chiara e diretta, anche semplice. È bene poi presentarsi già con un test che possa dimostrare la fattibilità dell’idea e infine avere ben chiaro il percorso applicativo del progetto”.

Fino a 5 milioni di euro per le scaleup

Superata la selezione, Primo space entrerà con una quota di minoranza nel capitale della startup. Due le tipologie di investimento previste: le imprese in fase seed-early stage potranno aspirare a un ticket che va da un minimo di 50mila euro – “Non il nostro investimenti tipico”, dice Cascinari – a un milione di euro; sulle scaleup si va da uno a cinque milioni. L’80% delle risorse resteranno in Italia dove saremo sempre lead investor. Possiamo anche puntare ad altri mercati, in Europa, Stati Uniti e Israele come co-investitori”, sottolinea il key man di Primo Space.

Il fondo per statuto ha un orizzonte temporale di dieci anni, poi bisogna liquidare. Per questa ragione all’inizio si punterà su startup che hanno un percorso di crescita più lungo – tipicamente quelle che vanno in effetti in orbita – in modo tale da poter monetizzare l’investimento quando necessario. C’è meno fretta per le cosiddette aziende space related e del downstream, ovvero tutte quelle che grazie alla tecnologia spaziale offrono servizi commerciali sulla terra, dai trasporti all’itticoltura.

La ricerca di un partner industriale

“Lo spazio è un’infrastruttura che abilita un’industria: la nostra visione – dice Cascinari – è che lo spazio sia simile a internet di 30 anni fa, una struttura fino ad ora chiusa e utilizzata per scopi militari, non disponibile al privato. Prima in orbita potevi andarci solo se avevi miliardi, ora è accessibile a costi molto più bassi e questo ha aperto un’industria tutta nuova. Per aumentare la potenza del fondo e avvicinarsi al target da 80 milioni si guarda a un partner industriale che oggi manca nel pool di investitori, composto oltre che da Fei e Cpd anche da Compagnia di San Paolo, Luigi Rossi Luciani S.a.p.a. e Banca Sella.

“Ci piacerebbe avere investitori industriali perché permette di cogliere prima le dinamiche di mercato e aiuta la creazione di un network che tiene insieme startup, università e grande industria, sottolinea Cascinari. All’orizzonte c’è anche l’idea di lavorare nel medio-lungo termine a un secondo veicolo, per continuare a sostenere le startup e coltivarne nuove. “Perché no? – chiosa Cascinari -. Se il mercato continua a crescere con questa magnitudo cominciamo a raccogliere fondi”.

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