Com’è andato il primo giorno di scuola post-lockdown, secondo chi c’era

Questa mattina è stato un disastro, hanno fatto entrare quattro classi in contemporanea da una scala antincendio molto stretta. Tra l’altro in una scuola che ha a disposizione diversi ingressi. I piccoli sono stati travolti dai grandi. Non hanno fornito le mascherine ai bambini all’ingresso, l’hanno data giusto a uno perché nel trambusto dell’entrata in classe l’aveva persa. Sono venuta a riprendere mio figlio prima che andasse a mensa perché dopo quello che ho visto all’entrata sinceramente non mi sono fidata a farlo mangiare lì”. È il racconto allarmato di una madre il primo giorno in cui suo figlio è tornato a scuola, dopo mesi di emergenza sanitaria, lockdown e didattica a distanza. Un racconto che fa emergere le prime difficoltà del ritorno in classe per moltissimi studenti, tanto atteso da ragazzi, genitori e docenti quanto dibattuto, e intorno al quale si affollano ancora perplessità e preoccupazioni.

A Roma, come in tantissime altre città, il 14 settembre è stato quel lunedì dell’anno che ha segnato un – seppur ancora timoroso – ritorno alla normalità: secondo i numeri del ministero dell’Istruzione, ieri sono tornati tra i banchi di scuola 5,6 milioni di studenti di dodici regioni italiane, mentre tanti altri – residenti in quelle regioni che hanno deciso di posticipare il rientro, come Friuli, Sardegna e le regioni del Sud Italia – dovranno attendere ancora qualche giorno (fino al 24 settembre al massimo) per rivedere compagni e insegnanti. La voglia di normalità è forte, ma le emozioni oscillano tra felicità e apprensione: in queste ultime settimane non si è fatto che parlare di scuola e delle – spesso criticate – linee guida per un ritorno in sicurezza dei ragazzi tra i banchi. 

Raccogliendo diverse testimonianze tra Lazio e Lombardia, ciò che emerge è che c’è ancora molto da scongiurare; perché se esistono tante realtà virtuose in quanto a organizzazione, tante altre si trovano invece in difficoltà. Come quelle che emergono dalla citata testimonianza di Marisa (il nome è di fantasia) che di fronte all’Istituto Cesare Battisti, scuola primaria e secondaria del quartiere Garbatella di Roma, racconta a Wired di essere andata a prendere suo figlio in anticipo, prima della mensa, dopo aver visto molta confusione e poca osservanza delle regole sanitarie. O come quelle di cui hanno dato conto alcuni studenti del quarto anno del liceo Socrate, sempre a Roma: “Il problema più grande si crea all’ingresso e all’uscita. C’erano percorsi diversi questa mattina per farci entrare a scuola, ma nonostante questo si sono creati assembramenti, è quasi inevitabile. All’uscita eravamo tutti attaccati, in molti senza mascherina. Avrebbero dovuto consegnarcele all’ingresso, le mascherine, ma non le abbiamo ricevute. Ci hanno dato un tesserino con un colore, per ricordarci che tipo di percorso dobbiamo seguire all’ingresso e all’uscita, che ci sembra poco utile”. Ok, e i banchi?Ci hanno detto che forse arriveranno a ottobre, mentre oggi eravamo seduti vicini. Non ci sentiamo molto tranquilli a riprendere ad andare a scuola con questa organizzazione”.

Scuola Farini, Bologna (foto: Eikon/Getty Images)

Anche gli studenti del liceo scientifico Cannizzaro (Roma), ascoltati da Wired, hanno avuto da ridire su distanziamento e organizzazione dell’alternanza tra didattica in presenza e a distanza: “In classe non è stato rispettato il distanziamento, i banchi non sono stati disposti in modo tale da garantirlo. Eravamo molto vicini gli uni con gli altri, e questo non va bene. E anche per quanto riguarda la metà di noi che oggi è rimasta a casa per la didattica a distanza ci sono stati diversi problemi di connessione, e in molti lamentavano il fatto che non riuscivano a vedere la lavagna. Diversi professori, infatti, hanno avuto difficoltà e si sono spazientiti. Non crediamo ci sia una buona organizzazione dietro il rientro in classe, pensiamo che tra massimo un paio di settimane torneremo a seguire le lezioni da casa”. O quelli del liceo Ettore Majorana di Spinaceto, nella periferia Sud della capitale: “Ci hanno fatto tornare in classe, ma l’organizzazione lascia molto a desiderare. Magari su alcune cose hanno saputo organizzarsi, ma su altre assolutamente no, come il distanziamento in classe. E i primi a essere preoccupati sono i professori, anche se cercano di nasconderlo”.

A queste testimonianze negative, però, si alternano alcune descrizioni che sembrano invece andare controcorrente: in molti istituti, come il Leonardo da Vinci dell’Eur o il Padre Semeria di Garbatella, a Roma, sembra che sia stata ingranata la giusta marcia tra mantenimento delle distanze, fornitura di banchi e mascherine per gli studenti e percorsi differenziati per gli ingressi contingentati. “Stamattina addirittura” – racconta una madre all’uscita del Padre Semeria – “hanno fatto entrare i ragazzi facendoli attaccare a una corda che li manteneva uno ad un metro dall’altro”. In effetti sulla facciata dell’istituto è visibile un cartello che indica alle diverse sezioni l’ingresso dedicato e, anche conversando con la responsabile Covid (ve ne è uno designato per ogni scuola, e spesso a ricoprire questo ruolo sono presidi e vicepresidi, oltre agli insegnanti) emerge un’organizzazione pensata per eliminare ogni rischio per i ragazzi: “Gli studenti sono stati bravi e diligenti, hanno rispettato tutte le regole. Ad oggi sembra che tutto abbia funzionato alla perfezione: mi auguro che si vada avanti nello stesso modo per i prossimi mesi”, dice la madre al termine della prima giornata.

Sembra essere positivo anche il bilancio del primo giorno di Diego, 14enne che quest’anno affronta il primo anno al liceo Copernico di Prato: “Siamo entrati in classe a gruppi con dei tutor più grandi e una professoressa. Una volta lì, per chi ne avesse necessità, c’erano delle mascherine a disposizione sulla cattedra. Se rimanevamo fermi al nostro posto potevamo toglierla, e io sinceramente l’ho fatto”. E gli intervalli? “Anche durante la ricreazione abbiamo l’obbligo di rimanere fermi al nostro posto, ed è stato un po’ difficile socializzare dato che era il mio primo giorno al liceo e non conoscevo nessuno. Sono stato comunque contento di tornare perché con la didattica a distanza non riuscivo ad apprendere come prima”.

Liceo classico Gioberti, Torino (foto: Stefano Guidi/Getty Images)

Alcuni problemi, ma anche tanta voglia di ricominciare, emergono poi dal racconto del primo giorno di scuola di Maria Vittoria Amantea, preside dell’Istituto Falcone Righi di Corsico, comune in provincia di Milano: “Ci sono alcune cose che non sono andate bene, ma non per colpa nostra: ci sono dei ritardi nella consegna del materiale necessario, ritardi nella consegna dei banchi che arriveranno ad ottobre e ritardi, soprattutto, per quanto riguarda il personale amministrativo e docente. Per questo motivo si prospettano delle giornate difficili, dato che mi trovo costretta a ridurre l’orario perché non sono in grado di assicurare a tutte le classi i docenti sufficienti per iniziare l’anno scolastico con un orario non ridotto all’osso”. 

La Lombardia, come noto, è stata fra le regioni più colpite dall’epidemia da Covid-19 e in queste settimane i docenti, come anche gli studenti e le loro famiglie, hanno avuto molta paura anche solo di pensarlo, un ritorno alla normalità. La preside del Righi, che accoglie studenti anche di comuni limitrofi come Cesano Boscone, Buccinasco o dalla stessa Milano, racconta di essersi trovata in difficoltà dall’inizio con la fornitura di mascherine, “che ci sono state consegnate solo sabato all’ultimo minuto”. “Noi abbiamo avvisato che per questi primi giorni di scuola” – prosegue la dirigente scolastica – “le avremmo fornite solo a chi se ne trovava sprovvisto. Appena avrò una scorta sufficiente procederò a consegnarle a tutti. E in questa stessa situazione si trovano altre scuole, “che hanno avvisato i genitori dei ragazzi di farli arrivare in classe con mascherine proprie”. 

Dai racconti dei docenti emerge che i ragazzi sono più propensi a rispettare le regole sulle mascherine (che comunque, se fermi al loro posto al banco, possono togliere), ma molto meno quelle sul distanziamento: “Nel corso della giornata” – racconta la preside Amantea – “ho dovuto riprendere delle classi: purtroppo non tutti sono consapevoli dell’importanza del distanziamento e, nel momento del cambio dell’ora, una collaboratrice scolastica ha trovato dei ragazzi ad abbracciarsi”. “È ovvio” – conclude la preside – “che molte preoccupazioni rimangono. Un insieme di regole non possono scongiurare totalmente nuovi focolai in un ambiente del genere. Ad ogni modo rivedere la scuola viva, piena di voci degli studenti, mi ha dato una grande soddisfazione”.

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