Perché si parla della proposta di legge Zan sull’omotransfobia

(foto: Elisabetta A. Villa/Getty Images)

È stato depositato il primo luglio alla commissione giustizia della Camera il ddl contro la omotransfobia altrimenti detto legge Zan dal nome del suo primo firmatario e relatore, il deputato del Partito democratico Alessandro Zan. La legge modifica gli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, rispettivamente legge Mancino e Reale, che puniscono i reati e i discorsi d’odio fondati su caratteristiche personali quali la nazionalità, l’origine etnica e la confessione religiosa. La nuova legge punta ad ampliare questo concetto e a individuare come atti discriminatori anche quelli basati “sul genere, orientamento sessuale o identità di genere”. Quindi, in concreto, se il ddl dovesse essere approvato nella fattispecie dei reati d’odio non rientrerebbero solo quelli legati a razza, etnia o religione, ma anche quelli legati alla sfera sessuale in senso lato e verrà punito chi li commette o istiga a farlo.

Nel testo sono, inoltre, contenute disposizioni che affrontano il tema dal punto di vista culturale e di tutela delle vittime. Viene proposta l’istituzione di una giornata nazionale contro l’omotransfobia (17 maggio) e la creazione di un fondo dedicato ai “centri antidiscriminazione e case rifugio” che offrono assistenza sanitaria e psicologica alle persone che, a causa del proprio orientamento sessuale, non riescono a trovare lavoro, non hanno casa o hanno subito violenze. A questo si aggiungono attività culturali, in contesti lavorativi e scolastici, e un monitoraggio condotto dall’Istat sull’andamento dell’omotransfobia nel nostro paese.

Il dibattito sull’identità di genere

Uno dei punti più contestati della legge è quello relativo al concetto dell’identità di genere che nelle ultime ore ha scatenato un dibattito tra le fila delle associazioni femministe e Arcilesbica. La dicitura, secondo le attiviste, si baserebbe su un assunto per cui non esistono differenze tra uomo e donna e ognuno può autodefinirsi in base al genere a cui sente di appartenere. Una scelta che a loro dire cancellerebbe il significato intrinseco di essere donna dal punto di vista biologico, storico e sociale, con un portato di fatto misogino. La richiesta è che “identità di genere” venga pertanto sostituita con “identità transessuale.

Il recente caso dell’autrice di Harry Potter, J.K Rowling, ha dimostrato che il dibattito intorno al concetto di identità di genere è ampio e articolato, e divisivo. Per l’associazione femminista Se non ora quando? quest’ultimo “ha creato scontri e ingiustizie ai danni delle donne in Inghilterra e negli Usa, e non vogliamo che accada anche qui”. Inoltre, qualificare un individuo in base all’identità di genere – sostengono le femministe – limiterebbe “gli spazi delle donne come quote, sport femminili, indagini statistiche, centri antiviolenza e relativi finanziamenti. L’autocertificazione di sesso è contraria ai diritti delle donne”. Dello stesso parere è anche Cristina Gramolini, presidente di Arcilesbica, sentita da Repubblica, che ha detto: “Noi vogliamo fortemente una legge, ma usarla per introdurre nell’ordinamento il concetto di autodeterminazione di genere, avallando come identità giuridica anche la sola auto-percezione, è improprio”.

A rispondere alle obiezioni delle attiviste è stato il firmatario del ddl Alessandro Zan, che ha spiegato come la dicitura identità transessuale rappresenterebbe un’ulteriore discriminazione perché “significherebbe tenere fuori i trans non operati. Il concetto di identità di genere è ribadito nella convenzione di Istanbul e in una sentenza della Consulta e non può essere ignorato”. Zan si augura che queste divisioni non ritardino l’approvazione della legge, sperando che l’iter venga concluso entro l’estate, dato che l’Italia è uno dei pochi paesi in Europa a non essersi ancora dotato di una legge simile.

Le proteste del Family Day e del movimento Pro vita

Nel dibattito sono intervenuti, decisamente con altri toni e recriminazioni, anche i movimenti di ispirazione cattolico-reazionaria del Family Day e Pro Vita, che hanno definito la legge “liberticida” e un ulteriore passo avanti nella normalizzazione della cosiddetta teoria gender (un vessillo ideologico delle destre che si basa sulla convinzione – del tutto errata da un punto di vista fattuale e scientifico – che gli studi di genere neghino la differenza tra uomini e donne, contribuendo alla distruzione della famiglia e società). Come forma di protesta, questi gruppi hanno organizzato una manifestazione diffusa in 100 città d’Italia  per l’11 luglio, ricevendo anche il sostegno di Matteo Salvini. Il leader della Lega ha dichiarato, infatti, la legge Zan è “pericolosa” perché “l’Italia è un paese che non discrimina. Se viene picchiato o discriminato un omosessuale o un eterosessuale la via è la galera, non c’è differenza. È un falso problema: meglio parlare di lavoro”.

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