800 milioni in 5 anni per lanciare il piano italiano sull’intelligenza artificiale

(Photo by Alain Pitton/NurPhoto)

888 milioni per i primi cinque anni. A tanto ammonta il budget pubblico per far decollare la strategia italiana per l’intelligenza artificiale (Ai). Al quale aggiungere altri 605 milioni (121 all’anno) da contributi privati. A calcolarlo è la proposta di un piano nazionale per agganciare lo sviluppo dell’Ai, al quale hanno lavorato per un anno e mezzo trenta esperti e che il ministero dello Sviluppo economico (Mise) ha reso pubblico. Dalla robotica alla difesa, dalle smart city alla guida autonoma, dall’analisi dei big data ai servizi correlati, l’intelligenza artificiale è strategica per lo sviluppo economico e sociale.

Non a caso è al centro di piani e strategie di tutte le potenze internazionali. La Cina si è data il 2030 come traguardo per diventare regina dell’Ai. Gli Stati Uniti hanno approvato un piano da due miliardi di dollari della Darpa. Ma anche Giappone, Corea del sud, Canada, India si sono dotati di programmi nazionali sull’intelligenza artificiale. Così come Belgio, Finladia, Francia, Portogallo, Germania, Regno Unito e Svezia in Europa.

La stessa Commissione ha varato un’alleanza di esperti sul tema. Per il vecchio continente l’economia dei dati può valere entro quest’anno già il 4% del pil, pari a circa 739 miliardi di euro. A livello globale una recente indagine del centro studi Porter stima che nel 2025 il giro d’affari raggiungerà i 169,4 miliardi di dollari. L’Italia stessa, nel triennio 2015-17, secondo dati del Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica (Cini), ha prodotto 700 progetti di ricerca sull’Ai, di cui 310 internazionali e 110 in tandem con le imprese. Ma il mercato è ancora ridotto: 200 milioni di euro nel 2019 è l’ultima stima dell’osservatorio del Politecnico di Milano.

Lo schema generale dei costi del piano nazionale per l'intelligenza artificiale (fonte Mise)
Lo schema generale dei costi del piano nazionale per l’intelligenza artificiale (fonte Mise)

Un istituto nazionale per l’Ai

Il piano dei trenta esperti riconosce che l’Ai è uno dei ferri del mestiere di un più vasto programma di trasformazione tecnologica nazionale, che deve essere affidato a una cabina di regia a diretto riporto di Palazzo Chigi. Al di sotto il gruppo di specialisti colloca un Istituto italiano per l’intelligenza artificiale (I3a), che guidi lo sviluppo e gli studi locali e attiri talenti internazionali, favorendo il trasferimento tecnologico tra università e aziende. Sulla falsariga di istituzioni tedesche come il Max Planck o il Fraunhofer.

Il progetto ha bisogno, a regime, di un finanziamento di 80 milioni e di circa mille persone: 600 nel quartier generale e le altre distribuite in 35 centri legati a università o laboratori di ricerca. Per gli studiosi sono dieci i campi prioritari in cui investire: internet delle cose, manifattura, robotica, servizi (come sanità e finanza), trasporti, agricoltura ed energia, aerospazio e difesa, pubblica amministrazione, cultura e digitale in campo umanistico.

Gli investimenti nell'istituto per l'Ai (fonte: Mise)
Gli investimenti nell’istituto per l’Ai (fonte: Mise)

Il supercomputer

La strategia investe anche sulla potenza di calcolo e sui supercomputer. L’Europa sta cercando di recuperare terreno nella competizione globale dell’high-performance computing, che oggi è un testa a testa tra Cina e Stati Uniti. L’Italia, che pure ha eccellenze mondiali (come il supercomputer di Eni a Ferrera Erbognone, nel Pavese, o quelli del Cineca di Bologna, scelti come uno dei nodi del supercalcolo europeo) pesa per l’1,2% sul panorama globale con circa 50 petaflop (PFlop). Per raddoppiare questa capacità di calcolo, il piano propone di investire 70 milioni per arrivare a 104 PFlop in cinque anni. Circa metà dell’investimento, 420 milioni per l’esattezza, va al sostegno dei progetti di 1.600 tra dottorati, ricercatori e docenti (con un 40% di cofinanziamento dai privati).

Dalla sandbox al credito di imposta

La strategia prevede altri interventi. Per esempio, estendere ai progetti di Ai il sistema delle sandbox, cornici protette per consentire la sperimentazione di un prodotto o di un servizio prima di adeguare le norme (già proposto dal ministro dell’Innovazione, Paola Pisano). O imporre assicurazioni obbligatorie per coprire le responsabilità dell’Ai e creare meccanismi stragiudiziali per comporre le controversie con gli utenti vittime di disservizi. E ancora: rendere strutturale il credito di imposta sulla ricerca, riportare al 50% l’aliquota sugli investimenti incrementali, prorogare l’iperammortamento del piano Industria 4.0, creare centri per test nei competence center già aperti in otto atenei del Belpaese.

Il piano spinge per superare la frammentazione della pubblica amministrazione, unendo le banche dati, e per creare un mercato regolato dei big data (utili ad allenare l’Ai), con società di intermediazione che affianchino le piccole e medie imprese, accordi di condivisione che salvaguardino la privacy e una piattaforma di interscambio centrale. Infine fare formazione a tutti i livelli, dagli istituti tecnici a programmi Rai dedicati, e promuovere gare nazionali per attirare le idee dei migliori talenti.

Per Mirella Liuzzi, sottosegretario al Mise in quota Movimento 5 Stelle, il piano “suggerisce un uso inedito e responsabile dell’intelligenza artificiale indicando la via per un salto verso nuovi livelli di efficienza e sostenibilità per le imprese”. Le fa eco Gian Paolo Manzella, sottosegretario del Partito democratico: questa è “un’ottima base per definire nei prossimi mesi una policy all’avanguardia”. I tempi stringono: 18 mesi al massimo, raccomandano gli esperti, per completare la fase uno. Ossia istituire la cabina di regia che gestisce la strategia. Prima di passare poi alla costruzione vera e propria del cantiere Ai, per completare il quale servono almeno cinque anni.

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