Salvini, il leader che sul coronavirus smentisce se stesso

Salvini il 25 giugno scorso a Barletta (foto: Davide Pischettola/NurPhoto via Getty Images)

Ci è andata bene, o per meglio dire siamo riusciti a contenere l’emergenza, perché non c’era Salvini al governo. Volgere lo sguardo agli Stati Uniti, mai usciti dalla prima ondata di coronavirus e dove i contagi sono tornati a salire, ci dà l’idea di cosa avremmo rischiato col leader della Lega ancora nell’esecutivo o, peggio, alla presidenza del Consiglio. Tornando agli Usa, se è vero che l’epidemia sembra regredire al Nord, corre invece nel Sud trumpiano come in Florida, Texas, Arizona ma anche altrove, dove ci sono governatori democratici, come la California, a ritmi da migliaia di nuovi casi giornalieri, nuove misure restrittive (perché le precedenti sono state sollevate troppo presto), quasi 300 morti in 24 ore.

Così come a Joe Biden basta farsi vedere in giro con la mascherina e dire cose abbastanza banali per lasciar cuocere Trump nella sua ossessione da “kung flu”, che vuole battere per esempio diminuendo il numero di tamponi mentre sta pericolosamente per chiudersi la finestra utile a contenere l’epidemia, a valutare l’operato di Matteo Salvini in questi mesi di emergenza bastano le sue dichiarazioni.

Parlano da sole e dovrebbero farci tirare un sospiro di sollievo: le mancanze e i ritardi del Conte II sono state molte, inasprite anche dal continuo tira e molla con le regioni, e lo confermano anche le indagini su diversi aspetti come le mancate zone rosse di Alzano e Nembro, nella bergamasca, o sui traffici di dispositivi personali di protezione. Ma almeno non ha avuto fra i propri demeriti il caos mentale dell’ex ministro dell’Interno, protagonista di continue giravolte che non avrebbero sfigurato proprio in bocca a Donald Trump.

Il 24 febbraio twittava, spostando il focus dalle misure interpersonali alla solita immigrazione: “Non è il momento delle mezze misure: servono provvedimenti radicali, serve l’ascolto dei virologi e degli scienziati, servono trasparenza, verità e un’informazione corretta, servono controlli ferrei ai confini su chi entra nel nostro paese”.

Tre giorni dopo la strategia di contenimento saltava, e in una diretta Facebook l’ex ministro spiegava che “l’Italia riparte. Alla faccia di chi se la prende con medici, infermieri, governatori e sindaci, saranno ancora una volta cittadini, famiglie e imprese a salvare questo splendido Paese”. Non c’erano zone rosse in vista né bisogno di misure più rigide, a suo avviso: “Chiediamo al governo di accelerare, riaprire, aiutare, sostenere”. Per fortuna non gli hanno dato retta. Sempre quel giorno, invitava i turisti stranieri nel nostro paese: “Per responsabilità di qualcuno sembra che fare la settimana bianca in Trentino in Piemonte in Val d’Aosta, andare a visitare la splendida Venezia, venire a visitare i bronzi di Riace, andare in terra di Sicilia o in terra di Sardegna sia pericoloso, no no no”.

Due giorni più tardi, a poco più di una settimana dai decreti che avrebbero chiuso la Lombardia e le province più colpite e progressivamente tutto il paese, ci sarebbe tornato in tv: “Il mondo deve sapere che venire in Italia è sicuro, perché siamo un paese bello, sano e accogliente, altro che “lazzaretto d’Europa”, come qualcuno sta cercando di farci passare”. A una settimana, non a gennaio. Prima che iniziasse la scalata agli oltre 34mila morti ufficiali che contiamo oggi, quattro mesi dopo.

Il 10 marzo cambia idea. La faccenda si è fatta pesante e dopo l’incontro col governo twitta: “Amici, esco preoccupato dall’incontro col governo. Abbiamo chiesto misure forti, drastiche, subito: chiudere tutto adesso per ripartire sani. Fermi tutti! Per i giorni necessari, mettiamo in sicurezza la salute di 60 milioni di italiani. Chiudere, prima che sia tardi”. Anche se nel frattempo continua a dire che bisogna “viaggiare italiano”. Di lì a 24 ore gli italiani non potranno muoversi da casa per due mesi.

Il 26 marzo ammette, in un’epica intervista a Piazzapulita su La7, che gli inviti di fine febbraio erano evidentemente frutto “di una valutazione scientificamente sbagliata“. Ma aggiunge: “Come era sbagliata quella del presidente del Consiglio che diceva che era tutto sotto controllo“. E ancora: il 4 aprile chiede di riaprire le chiese per Pasqua e autorizzare le messe, che sarebbero ripartite solo un mese dopo, dal 18 maggio, e con protocolli di sicurezza stringenti. Allineandosi all’ottimismo renziano, dal 14 aprile spiega che bisogna “riaprire in sicurezza chi può il prima possibile”. Due giorni dopo specifica sulla Lombardia.

La seconda parte di aprile e maggio passano in sordina, col leader del carroccio che si occupa a ripetizione di Pechino e delle presunte colpe della Cina, del fatto che “il diritto alla vita e alla salute viene prima di tutto, ma la libertà non può essere svenduta”, attacca il governo che avrebbe “infranto la legge e la Costituzione” (22 aprile), chiede lo stop all’autocertificazione per circolare (30 aprile), rivolge appelli accorati che hanno il solo scopo di intercettare la sacrosanta frustrazione degli italiani (“Basta, fateci uscire e lavorare”, 27 aprile). E ancora si lancia in rare scorribande sul lato sanitario, come sulla terapia al plasma, spinge per la ripartenza del campionato di calcio e soprattutto inizia a gettare le fondamenta di quello che sarebbe avvenuto fra maggio e giugno: “Tutti in piazza per la libertà. Dopo 47 giorni di reclusione fateci uscire, guadagnare, lavorare” (27 aprile).

Il resto è una brutta storia che abbiamo tutti ancora in testa: il corteo del 2 giugno con Giorgia Meloni e Antonio Tajani senza misure di sicurezza, con centinaia di persone definita invece, alla Vita in diretta, “una manifestazione composta e ordinata”. La ripresa del suo infinito tour in giro per l’Italia, in cui mal sopporta la mascherina e si concede ai soliti bagni di folla. Uno dei quali, per esempio, coi gestori delle discoteche il 10 giugno a Roma.

Le ultime dichiarazioni proprio ieri secondo cui gli assembramenti sono solo “voglia di ripartire”: “Usiamo il buon senso, però qua c’è gente che, soprattutto in queste comunità che hanno sofferto più di tante altre, vuole tornare a vivere quasi normalmente. Se vi appassiona più il discorso della mascherina più di quello della cig secondo me è un problema perché la gente oggi chiede lavoro, lavoro, lavoroha detto. Ignorando che la salute è il requisito per un’economia e una vita sociale floride.

Nei giorni precedenti era invece tornato su una possibile seconda ondata (“è inutile continuare a terrorizzare le persone”, 25 giugno), sul solito ritornello che “rischiamo più morti per fame che per virus” (11 giugno) e alle battaglie sull’applicazione Immuni per la notifica dell’esposizione al rischio contagio: “Non scarico la app fino a quando non sono sicuro che i dati degli italiani, la loro vita privata, non vadano in mano a qualcuno che ha magari soci cinesi. Ci penso 18 volte… perché la Cina non è una democrazia”.

Teniamola presente, questa vergognosa parabola, quando il fragile governo Conte II cadrà e saremo chiamati al voto. Anzi, appendiamola da qualche parte e domandiamoci: cosa sarebbe successo in questi quattro mesi di emergenza sanitaria con Salvini al governo?

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